RECENSIONI/REVIEWS

“INTUITIVE MAPS”

FRENCH language: click here!
Big-Bang-99 RECENSIONE FR.
[BIG BANG, musiques progressives]

 
 

“Intuitive Maps”, festeggia nel migliore dei modi i dieci anni del progetto/collettivo Unfolk. Dove tutta una serie di intuizioni che occhieggiavano nel precedente “SpiritDzoe” vengon ampliate/approfondite, frantumando in maniera evidente il carapace a maggior tasso post-folk occidentale che caratterizzava i precedenti albi. Alessandro Monti è un prezioso rabdomante di segnali globali, un amplificatore di vibrazioni e un attento osservatore della realtà circostante con tutti i suoi pregi/difetti/orrori (“The Venetian Book Of The Dead”). Artista curioso al di fuori delle pastoie di settore, fra ricerca, slancio passionale e rilascio di cristallini frammenti di sensibili memorie/tradizioni. Un fine tessitore di avviluppanti reti, scevre di ogni ritorto eccesso egotico fine a se stesso.
Di fondo, è suono di terra, vento e cielo, con il corpo sperso nel mezzo che prova l’ebrezza fluttuante dell’assenza di peso. Registrato fra Leicester e Venezia, “Intuitive Maps”, raccoglie contributi sensoriali acustico/digitali offerti da Elisabetta Montino, Alessandro Pizzin, Camomatic, Kevin Hewick, Jim Tellow, Chris Conway, Mark “Flash” Haynes, Misterlee e Steve Escott. L’Africa e L’Asia, Terry Riley e Teo Macero, liquide distese lisergiche, il frastuono sudato e leggero di un afoso mercato multicolore, incantevoli pozze devozionali cui abbeverarsi, lo ieri, l’oggi ed il poi in un sensuale insieme di sfioramenti.
I tipi di Wire se ne sono accorti e l’hanno inserito nel loro ultimo cd di Agosto. Noi meritiamo solo Despacito? [Kathodik]

 
 

Dimenticatevi distinzioni fra generi musicali, scordatevi la forma canzone, raggruppate le vostre memorie e donatele al vento, aprite le orecchie come fossero arse di un insaziabile appetito sonoro, spalancate gli occhi immaginandovi di essere nel più sconosciuto fra i mondi. Non esiste nulla; tutto esiste. Basta coglierne le sfumature. Arpeggi fatti da echi lontani si fondono a una misteriosa voce di donna, in connubio d’un invito sinistro che lascia presagire l’inizio di un qualcosa che non è mai iniziato, ma sempre proseguito. Una treccia di suoni si fanno strada per entrare in noi, permettendoci di cogliere la luce. Tamburi, o legni arsi vivi da mani mai dome, percossi da chi cuore ne ha per trasmettere un profumo di infinito, senza mai smettere di respirare insieme. Tutt’uno, con la voglia di non trovarsi soli dove si è stati catapultati. Siamo nati per condividere, quindi, lasciamo perdere gli eremi interiori e iniziamo a fare piccoli passi col ritmo dettato da chi ci vuol descrivere la via. Calma come dono degli Dèi, o di un solo Dio, a seconda di un dettaglio che vorrebbe circonciderci l’esistenza. Libertà, sempre, invece. Calma, come aria pura e nuova che si muove sulle foglie della nostra mente, accarezzandola, forse masturbandola per provocare un piacere antico; enigma da portare in grembo in attesa della rivelazione. Gocce di splendore in un mare di banalità: e si danza. Portati avanti i piedi da un suono circolare e nettamente invitante, si alza il collo fino al cielo fatto di qualsiasi tinta si desideri. Testa china per vedere la terra prendere vita, dove il verde inebria la serenità, dove il marrone ci assomiglia in quanto pilastri del sistema linfatico, dove le stagioni si susseguono senza mai stancarsi di dirci che siamo i figli di un domani ch’è già oggi. Piccoli contrappunti di continuità, battiti di ciglia perpetui che ad ogni azione fa corrispondere un colore diverso. Un arcobaleno infinito di sensazioni, dove la parola non è importante, ma tutto il resto sì. Per cui si appendono le notti nell’armadio dei ricordi e si corre in un oceano di luccicanza, retti e sorretti da poche certezze, se non quelle che potremo capirci soltanto con sguardi complici e occhiate (dis)integranti. Un ripetitivo tappeto a tratti vorticoso ci invita alla riflessione, momento cardine di ogni segmento di tempo, dove lo spazio è comunque annientato da ritorni d’immagine che non ci permettono di intuire la direzione. Basta non avere paura ed essere ebbri di ciò che ci aspetta: noi stessi. Vibrante gioia sparsa in tutto il nostro sangue. Come piume mosse da novelli soffi d’immagine, lentamente ci si adagia su un’idea che ora pare portarci lontano, ora pare proseguire nella speranza di essere seguita; maestra di vitalità, dove vuoi condurci? Via, via dal bosco umido e nemico, talmente fitto da non permettere la vista della luce, che corre ad illuminare il circostante. Fuori, finalmente, ad omaggiare quello ch’è chiamato Sole, lassù, molto spesso, e qui dentro, a volte. Come crescere nella soglia dell’immaginazione, l’immaginifico vuole aprirsi e riprenderci. Si apre il sipario, ancora una volta, e noi e loro non più seduti, ma ora sul palco da protagonisti, dove si riattivano i clamori delle celestiali note; timore e paura si mischiano a incredulità e sorpresa: non siamo soli. Mirabili fischi lontani corrono per rincorrere, creando la musica della natura.Un battito di cuore percuote il petto del tuono, gonfiandolo fino a farlo esplodere in un dissonante fragore, istante d’energia che mette seduti l’impulso e l’arroganza. Di contro, in piedi, troviamo la coscienza e la conoscenza, sottobraccio a passeggiare in questo viale coloratissimo e profumatissimo. Non si arriva, non si arriverà mai. Si potrà solo transitare per cogliere i frutti più succosi, nutrendo la fame del proseguo. Come anime in eterno movimento, ci berremo vicendevolmente, tenendoci vivi, portandoci avanti. Avanti. Avanti. Avanti. Con dolcezza. Con Alessandro Monti e il suo Unfolk Collective. Abbracci diffusi. [Andrea Pintelli, MAT2020]

 
 

E’ uscito oggi 20 marzo 2017 il nuovo disco di Alessandro Monti, membro fondatore e autorevole autore dell’influente gruppo prog “QUANAH PARKER”. Inizi ad ascoltarlo e ti rendi subito conto che stai per iniziare un viaggio. Un viaggio fatto di suoni che cambiano i colori del tuo spazio, basta chiudere gli occhi e non vedere quello che c’è intorno a te, lasciarti trasportare dalle onde sonore e immaginare. Alessandro Monti, grazie per questo “Intuitive Maps” che soffice e ondeggiante ci fa immaginare con un filo di speranza il futuro. Dopo averlo ascoltato, quello che subito mi è venuto in mente è stato: “Per fortuna che c’è ancora dell’ottima musica da ascoltare”. Ok non è importante etichettare Alessandro Monti, ma giusto per far capire di cosa stiamo parlando le sonorità di questo album mi ricordano influenze di vari artisti, potrebbe essere che nella cultura musicale di Alessandro Monti ci siano stati ascolti di dischi di Miles Davis, Brian Eno, Tangerine Dream, Gong, Agorà, Philip Glass. La musica elettronica mista a ritmi tribali sono il tappeto sonoro , filo conduttore di questo concept album. Un album psichedelico fatto di accattivanti frammenti jazz che racchiudono influenze di world music. Un album rilassante da ascoltare con attenzione. E poi ragazzi, dovete sentire la potenza del basso nel pezzo Church of Antrax, l’incalzante ritmo della batteria e il tappeto elettronico che per 7:32 riprendono perfettamente le sonorità del brano originale scritto da John Cale & Terry Riley nel 1971. Un disco minimalista, forse non solo questo, se ascoltate Mbuyu Na Mkonge un brano scritto insieme all’amico Alessandro Pizzin che per tre tracce sparse nell’album ritorna per descrivere le immense distese di alberi che scorrono viaggiando nel paesaggio africano. E allora indubbiamente ascoltando questo cd si sta compiendo un grande viaggio attraverso il Pianeta, un viaggio che pur raccontando come lo abbiamo ridotto, mostra anche attraverso le sue sonorità un grande speranza per il futuro.
Ed è quello che ben viene rappresentato dal 7 brano Pashupatinath Temple/Ruins Of Kathmandu (…) E come sempre arriva l’ora del biscotto “metafisico”, il gran finale, improvvisato, scritto e composto in duo con Alessandro Pizzin, che racchiude l’essenza di questo disco, di queste mappe intuitive che danno il titolo all’ album. Alessandro Monti, quel che voglio dirti è non mollare. Sei un grande, porti avanti con grande tecnicismo e bravura la musica nel mondo. E’ un disco che tutti devono avere, da ascoltare e riascoltare. Sono convinto che la musica sia un grande strumento per cambiarci nel profondo, per migliorare e questo disco ne è la prova. [Fabrizio Cremonesi ]

 
 

Trattasi di opera bella tosta per palati fini dediti alla perdizione assoluta tra sospensioni aeree e ambientali. In effetti ogni traccia ci mostra un percorso compositivo (e intuitivo) a sé stante, ma fino ad un certo punto, perché, se si prova a guardare queste “mappe” da lontano (e in una visione acustica collettiva), ci si accorge dell’unitarietà del quadro. Ogni frammento va al posto giusto nella rilettura personale di un mappamondo musicale e geostorico, in grado di condensare esperienze stilistiche di frontiera ormai divenute tradizione. Mi riferisco all’ampio mantra che dall’Oriente si è steso oltre 40 anni fa sull’Europa e sugli States, con puntate ben circoscritte in Italia e Germania (…) Intuitive Maps è un lavoro estremamente affascinante e, come tale, richiede una partecipazione impegnativa da parte dell’ascoltatore che, alla fine, verrà certamente ripagato dal non facile sforzo estetico. [Riccardo Storti]

 
 

“THE VENETIAN BOOK OF THE DEAD” (il Libro Veneziano dei Morti):

Venetian Book

 

“…Un disco importante…” [Gianfranco Bettin, Presentazione cd 25/06/2010; é Lui l’autore del libro “Petrolkimiko” che ha ispirato il lavoro]

 
 

“…Tutt’altro che una celebrazione, il cd non rivendica, non grida, non rintrona, non aggiunge rumore vuoto all’abisso di dolore dei figli, delle vedove, dei compagni, di chi è rimasto. Alessandro e Kevin si soffermano rispettosi a pensare, a riflettere, addirittura offrono con delicatezza e pietà una via d’uscita possibile (…) queste sono canzoni, sono le prime canzoni politiche del nuovo millennio. È stato fondamentale svuotare i cassetti dell’autoreferenzialità territoriale (rabbrividisco all’idea di un prossimo futuro canzoniere sociale padano…) e aprire le finestre alla tempesta: bene quindi che a prestare voce a chi non ha voce sia un inglese di una certa importanza, uno che ha un passato, uno che avrà visto altre fabbriche sì ma le stesse nostre tragedie. Che l’inglese porti lontano e dispieghi come bandiere questi stracci sporchi, che gli permetta di raggiungere altri porti, altre teste, altri cuori. È importante che la gente, in giro, venga a sapere. Assai significativa la collaborazione di molti musicisti dell’area veneziana: impossibile non notare come le differenze di stile e di genere di ciascuno si siano dissolte in un canto urlo suono rumore frastuono comune e tutt’altro che consolatorio…”
[Rivista anarchica, giugno 2010]

 
 

(…)Il libro veneziano dei morti è il secondo capitolo di un viaggio, che Unfolk compie tra musica sperimentale e mistero, tra buone vibrazioni e il risveglio di una coscienza sopita per troppo tempo. Se quella coscienza con il primo Unfolk si rianimava dall’intorpidimento e acquisiva nuova luce grazie ad una sintesi “East-West”, ad un collegamento tra rock, folk, psichedelia, minimalismo ed esotismo, il passaggio successivo ne sublima la miscela e la porta di fronte alla propria responsabilità. Perchè chi ha sensibilità e ha varcato la soglia percepisce in modo più lampante le contraddizioni e i misfatti dell’esistente. E’ il caso di Porto Marghera e del Petrolchimico: anzi, “Petrolkimiko”, per citare il lavoro di Bettin e le vergognose morti nelle fabbriche che producevano CVM/PVC, alle quali Monti dedica il disco (…) “Venetian book” va assorbito come un unico, intenso e inesorabile flusso sonoro, che abbraccia l’elettronica tedesca e i raga post-moderni (…) Alla dimensione “folk-oriented” dell’esordio, Unfolk risponde con un’esplorazione, attraversando un territorio in cui Fripp e Harrison, Roedelius e l’Incredible String Band vanno a braccetto (…) Una viscerale denuncia civile, che passa attraverso la forma enigmatica di un melange musicale di alto profilo. Un’opera sui generis e affascinante, che merita estrema attenzione. [donatozoppo.blogspot.it]

 
 

“…The term ‘unfolk’ is well-chosen, for here we have music with a traditional ‘unconscious’ yet a completely 21st-century execution…” [Dieshellsuit.co.uk]

 
 

“…Monti invece prende la strada del songwriting, d’una limpidezza brillante e quasi surreale… e forse é anche merito di questo respiro collettivo se una simile ode-rock non sia mesta, anzi faccia alzare lo sguardo oltre l’orizzonte tenendo desto lo spirito fino alla fine…” [BLOW UP.]

 
 

“…Un atto di accusa importante dal punto di vista concettuale, certo, ma anche supportato da un notevole spessore artistico… toccante e nel complesso pienamente riuscito…” [IL MUCCHIO]

 
 

“…il cantautore affronta la materia con grande sensibiltà in dieci canzoni “avant pop” che rivaleggiano per fine scrittura, con sei strumentali tra folk, elettronica ed echi world-prog… ottima confezione ricca di note e suono smagliante con mastering di Jon Astley nella casa/studio dove Townshend mise a punto Tommy…” [RUMORE]

 
 

“…Da questa collaborazione è nata una rara perla nera permeata di suoni che arrivano da un passato mai dimenticato riletto però in chiave moderna con uno stile complesso e decisamente colto. La bellezza dell’impegno.” [ROCKERILLA]

 
 

“…The Venetian Book Of The Dead” é un documento drammatico ma mai depressivo, un “concept” bello e importante di “canzoni di protesta del XXI secolo”. Per le vittime del lavoro avvelenato. [:RITUAL:]

 
 

“…Unfolk propone dunque un modo, ormai quasi dimenticato, di coniugare impegno civile e musica, mettendo la seconda al servizio del primo per poter oltre che dilettare anche risvegliare qualche coscienza assopita…” [SENTIRE ASCOLTARE]

 
 

“… Un concept album, per non dimenticare gli operai morti del Petrolchimico a causa del contatto col cvm e il pvc. Alessandro Monti, musicista mestrino, classe ’60, compositore, bassista, mandolinista e amante delle contaminazioni musicali, ha appena pubblicato un album impegnato ed impegnativo che farà discutere: The Venetian Book of the Dead si avvale di parti musicali complesse, scritte da Monti, che si articolano in ballate folk, brani rock e canzoni dalle atmosfere elettroniche e noise… ” [LA NUOVA di Venezia e Mestre]

 
 

“…The album is essentially a collaboration between Italian composer and musician Alessandro Monti and English singer and lyricist Kevin Hewick (with a phalanx of other musicians brought in to flesh out the sound). Hewick, an intermittent presence on the fringes of the UK underground since the early 1980s, sings in a distinctively English, Bowie-inflected tone. His texts are long, wordy and shatteringly powerful, giving voice to the desperate, the vulnerable and the doomed (…) Monti’s music is resolutely unfussy, giving the lyrics room to work their insidious effect. At times recalling REM, at others the angular modern rock of Porcupine Tree, the songs hover ominously on currents of fuzzed-out bass and delicate mandolin. Incendiary guitar solos add to the sense of drama, while several short instrumental pieces ratchet up the tension with glitchy, sinister drones. This is a dazzling, audacious and unique piece of work.” [THE SOUND PROJECTOR]

 
 

“…Non è un disco facile, né semplice, né accomodante. Anzi, potenzialmente è un disco disturbante, irritante ma di sicuro geniale. Ed è un disco importante. Uno di quelli di fronte ai quali è necessario mettere in atto le diverse tecniche di confronto: l’ascolto puro e semplice, la comprensione, l’assimilazione, la digestione e infine la fruizione. E’ un’opera unitaria che ispirandosi al libro tibetano dei morti, rende omaggio in forma poetica “alle vittime del petrolkimiko (…) Canzoni di denuncia, come si può vedere, ma anche musica “strana”, da ascoltare e meditare, ottenuta con pochissime cose: spesso un basso e un mandolino e una voce carismatica. Vorrei finire con una lunga citazione di Alessandro Monti, dal suo sito: “Come essere umano e soggetto politico, volevo affrontare se pur nel mio piccolo, il tragico tema del Petrolkimiko di Porto Marghera (Ve), soprattutto alla luce degli eventi recenti. Nello scrivere un brano come “Dal Libro Veneziano Dei Morti”, mi é apparsa subito chiara la connessione tra l’atmosfera in cui noi giovani crescevamo negli anni 70 e 80 e il ruolo dell’artista oggi. Non c’é ombra di dubbio che questa musica abbia le sue radici in un mondo alienato, devastato, mostruso e contorto come quello in cui siamo vissuti; un mondo in cui il silenzio della morte circondava tutto… anche se spesso l’apparente caos della vita quotidiana puntava proprio ad allontanarne i problemi. Non sarà mai abbastanza sottolineato quanto il comportamento della classe dirigente dell’epoca nei confronti degli operai e dell’intera cittadinanza sia stato criminale; nel nome di un dannato profitto si é minata deliberatamente ed irrimediabilmente la salute dei lavoratori (morti dentro e fuori le fabbriche), della cittadinanza e di tutto l’ambiente (vedi discariche abusive di rifiuti tossici ricoperte ad arte, magari proprio dove ora giocano i nostri bimbi o i fanghi gettati in laguna che hanno dato luogo a fenomeni mostruosi riguardanti la fauna e la flora). I dati sulla nocività della lavorazione erano, ed é stato provato, a conoscenza di tutti coloro che avevano in mano la dirigenza degli impianti, e non solo in Italia. Tutto appare oggi un irreale, lunghissimo incubo“. Questo incubo adesso assume la dimensione di un disco, un disco concettuale che parla di rifiuti tossici, di profitto sulla pelle dei lavoratori, in un clima musicale da dopobomba che troverei splendida colonna sonora per un dramma di Samuel Beckett. Il libro veneziano dei morti (titolo a ricalco su quello tibetano) è uno degli album più significativi, più toccanti, più violenti e delicati che mi sia toccato ascoltare e che mi abbia toccato ascoltando. Non per tutti. Ma a chi piacerà piacerà molto.” [LA BRIGATA LOLLI]

 
 

“…Different atmospheres and musical worlds come together on this ‘concept’ album. New wave combined with elements from folk, protest songs and carefully designed sound scapes. And all this does not spring retro motivated feelings, evoking supposedly good old days. No, this is a very honest statement that perfectly fits in our times. I play this one over and over. Some of the melodies I cannot get out of my mind. With each listening I discover new details. This one is not to be missed, and I hope this pearl will be noticed by many. The album is mastered by Jon Astley (Led Zeppelin, The Who, etc.). The cd comes in a gatefold cover with a 32 page booklet with English and Italian lyrics. [VITAL WEEKLY]

 
 
 

UNFOLK + LIVE BOOK (remaster 2012):

Unfolk+Live book  inner

 
 

“Splendid music…” [Myspace comment by Judy Dyble, original singer with Fairport Convention]

 
 

“La scoperta di un mandolino da un liutaio di Galway in Irlanda fu l’inizio del viaggio. Quando Alessandro Monti vi suono’ i primi accordi, si aprirono sconfinati paesaggi. Oggi a 6 anni dall’uscita, il diario di bordo di quell’avventura viene riaperto per ripercorrere ogni luogo. Rimasterizzato da Jon Astley, questo bellissimo debutto a nome Unfolk e’ la mappa sonora, tra mandolini, chitarra, strumenti etnici, degli itinerari alla scoperta di un folk ideale. Un-folk per strade psichedeliche che deviano su sentieri space folk, svincoli progressive, intrecci di corde per legare un posto all’altro: luoghi dell’anima. Che condussero, dopo l’incompiuto “unfolk 2” (qui nelle sue 5 tracce) a una venezia uccisa dal Petrolchimico di Marghera. “The venetian book of the dead”, il resoconto post rock con Kevin Hewick della tragedia e’ documentato dal vivo rivelando inedite meraviglie, alla fine del viaggio di un uomo che ha trovato verità’ e bellezza” [:RITUAL:]

 
 

“A partire dall’edizione curata con maniacale attenzione con doppio Cd, dal vivo e in studio, traspare tutta la dedizione certosina del veneziano Alessandro Monti per il suo lavoro. Autore capace di dar vita ad un processo artistico in grado di far propria la massima alchemica ‘così in alto, così in basso’, traendo linfa vitale da elementi propriamente elettrici/elettronici e una massiccia componente acustica. Il risultato è un folk trasfigurato, con echi world, che potrebbe far ascrivere Monti fra gli eredi dei Comus, Popol Vuh… o del Jimmy Page più visionario. Opera straordinaria ed avvincente, che merita un posto fra le migliori del 2012.” [ROCKERILLA]

 
 

“…L’album d’esordio Unfolk (2006) é ora riproposto nel remaster del noto Jon Astley in una confezione a due cd ricca di bonus: Il lavoro é un composto di esperienze dove oriente ed occidente, tradizione e modernità si intrecciano in pagine di limpida e inventiva fusione multi-etnica, raga acidi che incontrano visioni kraut-space-jazz, accenti celtici che flirtano con danze medioevali e diverse tradizioni popolari. Cinque affini tracce aggiunte son quanto resta di un naufragato Unfolk 2, mentre il secondo cd ospita, con due outtake di studio, un’energica e sofferta versione live di “The Venetian Book Of The Dead” (2010), cupo e maturo concept avant-prog, con la voce di Kevin Hewick sul dramma dell’inquinamento nel polo petrolchimico di Marghera”. [RUMORE]

 
 

“Rimasterizzato da Jon Astley, torna in circolazione Unfolk, prezioso lavoro prog-folk pubblicato nel 2006 dal multi-strumentista Alessandro Monti e dalla sua nutrita band. Una visione panica quella del musicista veneziano che riunisce in un unico abbraccio danze celtiche (il Sogno di Devi), languori mediterranei (Almanacco del Giorno Prima) e mistici aromi orientali (l’incenso che riempie l’aria della superlativa Regioni di Pietra; l’India che in Aerofolk si scopre progressive, con le tablas a risuonare tra insistiti ricami chitarristici). Strumenti acustici provenienti dai quattro angoli del globo, classico equipaggiamento rock e il sostegno dell’elettronica descrivono le tappe di un viaggio psichedelico senza tempo e senza meta attraverso lande desertiche e fiumi elettrici…” [BLOW UP.]

 
 

“Il nome del veneziano Alessandro Monti (classe 1960, non è quindi un neofita della musica) non è purtroppo noto ai più, sebbene vanti un curriculum artistico di primo ordine e di livello internazionale: polistrumentista validissimo, ha prodotto, a Portland, il grande esordio discografico dei Caveman Shoestore, “Master Cylinder” (T/K 1993), oggi considerato un classico del rock d’avanguardia recente; ha inciso, nel 1991, un piccolo gioiello di musica ambientale alla Harold Budd insieme al musicista elettronico Gigi Masin (si ricordi che sia Bjork che i To Rococo Rot campionarono dei frammenti delle musiche di Masin, per alcuni loro pezzi), “The Wind Collector” (Divergo), oggi venduto a peso d’oro sul mercato del disco da collezione (…) La discografia centellinata di Alessandro Monti è da considerarsi imperdibile, essendo costituita da una serie di gemme inalienabili.” [ONDAROCK]

 
 

“Dopo una serie di disavventure organizzative, non certo interessanti per i lettori, sono venuto in contatto con una musica ed un musicista imperdibile. Mi riferisco ad Alessandro Monti, artista veneziano dall’indole itinerante. Ciò che ho ascoltato è un doppio CD, Unfolk+Live Book, che raccoglie una vita di suoni e di situazioni (…) è bene sottolineare come Alessandro Monti lasci trasparire, senza alcuna volontarietà, la status di genio musicale, rilasciando con estrema semplicità una musica che sembra la sintesi dell’ impegno musicale di lustri (…) Un viaggio di cui non si cerca la fine… Tanti compagni, nella speranza che aumentino… La continua ricerca, tra tradizione e novità… L’impressione è che Alessandro Monti sia solo all’inizio… nel suo cassetto ancora molte frecce mai scagliate, ma i calcoli non c’entrano, non ci sono pianificazioni e botti a orologeria… la musica uscirà da sé, al momento opportuno. E che la condivisione abbia inizio!” [MAT 2020]

 
 

Il lavoro del veneziano Alessandro Monti è annoverabile tra i tesori meglio nascosti della musica italiana. E non si tratta certo di un musicista alle prime armi: ha prodotto Master Cylinder, importante esordio degli statunitensi Caveman Shoestore, mentre, con Gigi Masin, ha inciso, ormai più di vent’anni fa, The Wind Collector. (…) L’opera originale, pubblicata nel 2007, presentava tremori psichedelici votati all’autoanalisi e privi di catarsi, dalle parti di certe sperimentazioni lo-fi anni ‘90, rivolti però verso orizzonti lontani, con le orecchie ad ascoltare l’oriente in un resoconto inventivo sul modello di Jon Hassel, Third Ear Band, Popol Vuh (…) Il secondo Cd, cointestato a Monti e a Kevin Hewick, si apre con la pastosa Opening: Souls In Factories, piglio sacrale da colonna sonora e stalattiti in agguato; questa e la conclusiva sfuriata, che sfuma nella rarefazione metafisica, di Closing: dal libro – originariamente incisa su The Venetian Book Of The Dead, secondo album solista di Monti – sono le uniche tracce registrate in studio. Il resto di questa seconda sezione è stato catturato in due diverse esibizioni dal vivo, a Mestre e a Leicester (..) Alessandro Monti, coadiuvato da validissimi strumentisti, riesce a spaziare, senza perdersi e mettendo a fuoco i dettagli. Una bella edizione ampliata di un gran disco. [INDIE-EYE]

 
 

This double CD is a re-release of the ‘Unfolk’ album, first published in 2006, plus a live recording of the ‘Live Book’ project Monti and Kevin Hewick. A project that we know from the excellent studio recording ‘The Venetian Book of the Dead’ (2010). Alessandro Monti is a musician from Venice. From what I read he was involved as a musician or producer on many productions, like ‘The Wind Collector’ together with Gigi Masin and ‘Master Cylinder’ by Caveman Shoestore. He is a man who works carefully and patiently on his own solo projects. His main instrument is the mandolin, an instrument that is not often heard. This instrument was developed in Italy a few centuries ago. The instrument also found its way into Carnatic music from India. That is why asked myself whether it is coincidence that some of pieces on the ‘Unfolk’ album have an Indian touch. He creates imaginative world or ethnic music. All instrumental. With very carefully and detailed arrangements and well-balanced sound spectrums. More than composing his talents are about arranging, creating fine textures and combining acoustic instruments and electronic sounds. ‘Unfolk’ is a collection of 11 these instrumentals that travel between imaginary and real worlds of ethnic music. This is typically a record that is indifferent to all hypes and modes in popular music. Tapping from traditional music Monti creates a timeless and universal music. But also rock elements occur, for instance in the playing of guitar maestro Alex Masi. The pieces are built from layers of instruments and sounds, with an important role for Gigi Masin (electronics). Great to have this beautifully produced gem available again in a remastering by Jon Astley. Also included are 5 bonus tracks from the abandoned Unfolk2 project. After the ‘Unfolk’ projects Monti came into contact with Kevin Hewick, you may remember from his Factory and Cherry Red releases in the 80s. With several other mates they realized the ambitious project ‘The Venetian Book of the Dead’, which was one of my favorite albums in 2010. The second CD contains live renditions of these songs from concerts in England and Italy in march and may 2011. Of course in this live performance, songs are more stripped down, but still stand because of the spirited performance: the aggressive guitar playing by Hewick, the spaced out textures by Berizzi on trumpet, etc. The collection of songs is introduced and closed by instrumental sound works. Especially the one on the end of this album is a fascinating and mysterious sound work. [VITAL WEEKLY]

 
 

Awesome. An amazing surprise! A double album that for me it was a real surprise. The first CD is acoustic, the remastering of the first album of 2006 by Jon Astley, with the addition of 5 bonus tracks than those which would have been songs of the abandoned project Unfolk2. The second CD is based on two live concerts in Venice and Leicester in 2011 with the voice of Kevin Hewick (post-punk era, also an EP with The Sound: …). Both CDs are splendid, a cauldron in which various musical genres are mixed in a unique sound that traces the music from the late 60s, the first with an approach more between acid folk/psychedelic and cosmic shades of Third Ear Band and hints, for me, even the Dixie Dreg. But it is the second CD (live in two concerts of 2011 in Mestre, Venice, and Leicester UK, apart from the first and the last song in the studio ), with songs taken from the second work “The Venetian Book Of The Dead” which collects songs that I would call beautiful, with Kevin Hewick (in some passages reminds me of Nick Cave and Jim Morrison) on vocals, are: Tar Black Lagoon, so cinematic, it could be the soundtrack to some obscure late ’60s detective movies, Someone is always screwing someone, The cover up, Forgive … a real surprise, an album that really got me hooked! Highly recommended. [RATE YOUR MUSIC]

 
 

“…Alessandro Monti invents the concept of what can be resumed in the new term unfolk, which inhabits a reinvention of techniques, traditions (compositions,..) with some amount of improvisation on the now/nu. Most tracks are based upon beautiful instrument combinations with mandoline, in a way like Led Zeppelin’s Gallows Pole was built. Melodically and in sound the mandoline layer sounds beautiful in combination with acoustic and electric guitars, tabla, tonal keyboards and a few other string instruments. A very enjoyable, soft-hypnotic, mostly acoustic album, with a certain progressive vision”
[PSYCH-FOLK & ACID FOLK REVIEWS]

 
 

(…) un eccellente esordio solista, per un autore che spazia in un’area suggestiva, evocativa, magnetica (…) un disco ammaliante, da non perdere [MOVIMENTI PROG]

 
 

C’è un sapore antico eppure moderno in questo Unfolk del veneziano Alessandro Monti. Mandolini, chitarre acustiche, violino, tabla, strumenti etnici tipici della tradizione indiana e mediorientale, sono approcciati e organizzati con rispetto, utilizzando con discrezione le tecniche del loop e del multilayering: «musica folk non ortodossa», come recita la presentazione dell’album. Sequenze ipnotiche, raga, mantra che si dipanano talvolta anche per più di dieci minuti, guidati dal mandolino di Monti – ispirato dai lavori di John Paul Jones – su cui si innestano i contributi degli altri musicisti: Marco Giaccaria (violino e fiati), Bebo Baldan (percussioni) e il celebre chitarrista elettrico Alex Masi, vecchio amico d’infanzia del musicista veneto. Lungo gli undici brani che compongono il cd, l’ascolto scorre morbido, disegnando un percorso ideale che se da un lato ci riporta ad esperienze passate, come quelle di Incredibile String Band, Mauro Pagani, Comus, Penguin Cafe Orchestra, i primi Indaco, dall’altro ci proietta verso una dimensione sonora nuova e attuale, perché avulsa dal fattore temporale. La confezione cartonata, illustrata con una splendida opera dell’artista Alberto Martini (1920), è un ulteriore elemento che testimonia la cura e l’attenzione con cui è stato realizzato questo lavoro. Sarà anche per la comunanza geografica, ma il caffè Florian non è poi così lontano…
[WS]

 
 

“…Finally, independently and preceding the New York City/Los Angeles/commercial TV music manifestations of un-folk, in 2006 Italian mandolinist/violinist Alessandro Monti released Unfolk, a mostly acoustic collection of musical synthesis in the vein of East-meets-West. It blends actual and pretend ethnic music sort of like John Paul Jones’s mandolin work does on Led Zeppelin’s “Battle Of Evermore” & “Gallows Pole”. It also evokes Celtic jigs much like Kate Bush uses them on her Hounds of Love and Aerial, or John Cale’s amplified viola pretty much for the last four decades on its western side of the ledger, and on its eastern side, the ragas of Indian classical music, Arab music and early Venetian lute.” [original WIKIPEDIA entry: Un-folk]

 
 

La più controversa (con i relativi commenti degli autori): http://www.thesoundprojector.com/2013/05/19/unfolk-live-book/

 
 

…e infine una curiosa “doppia recensione” con 2 titoli Diplodisc:

Buscadero sett 2013

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