RECENSIONI/REVIEWS

“INTONARUMORI: IERI ED OGGI”

Intonarumori: suoni lontani sempre presenti.

“I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme, di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione, quando i socialisti certamente non avevano una concezione altrettanto precisa nel campo della politica e dell’economia, quando i socialisti si sarebbero spaventati (e si vede dallo spavento attuale di molti di essi) al pensiero che bisognava spezzare la macchina del potere borghese nello Stato e nella fabbrica.” [Antonio Gramsci, da Socialismo e fascismo. L’Ordine Nuovo (1921–1922]

L’entusiasmo futurista

Ormai il futurismo viene quasi automaticamente associato al fascismo, ma in origine, prima che l’avvento del regime invogliasse il prevalere delle tendenze più reazionarie, aveva una carica rivoluzionaria iconoclasta che venne perfettamente colta da Gramsci in questa citazione, opportunamente riportata nelle note di questo CD.

L’idealismo forse un po’ ingenuo dei futuristi è quanto di più lontano da noi. Non solo abbiamo perso la spinta entusiasta e fiduciosa verso l’avvenire, ma non siamo più neppure capaci di immaginarlo, la pandemia globale non ha fatto che esasperare questa staticità, ci ritroviamo a vivere bloccati in un tempo sospeso, limitato ad un eterno ed incerto presente. Eppure il contenuto di questo CD dimostra quanto il tempo abbia dato ragione ai futuristi e al loro slancio, che li portò a rivoluzionare il concetto di ciò che si può definire arte, cultura e, nello specifico, musica, ampliandone i confini, ridefinendone l’estetica, aggiornandola all’era delle macchine.

Il progetto Intonarumori

Intonarumori: ieri ed oggi nasce da un’idea della fervida mente creativa di Alessandro Monti, titolare del progetto Unfolk e dell’etichetta Diplodisc, entrambi capitoli giunti purtroppo al termine. Alessandro Monti è musicista e compositore talentuoso, esperto ed eclettico, che da molti anni si muove in territori di confine fra pop ed avanguardia, con perfetta padronanza dei più disparati stili. Conversando col pianista fiorentino Daniele Lombardi, scomparso purtroppo un paio di anni fa, che ha lavorato molto alla riproposizione di vecchie e ormai dimenticate partiture futuriste (si veda in particolare il box Musica Futurista pubblicato dalla Cramps nel 2010) Alessandro viene a sapere che proprio nella sua città, Venezia, il professor Pietro Verardo ha ricostruito con scientifica precisione, basandosi su una illustrazione del 1913, gli intonarumori, gli strumenti musicali costruiti dal futurista Luigi Russolo, i cui esemplari originali erano andati perduti durante la Seconda Guerra Mondiale.Si tratta di scatole in legno dotate su di un lato di un cono di metallo a mo’ di altoparlante, e di bottoni o leve che azionano degli ingranaggi in grado di emettere vari tipi di rumori. Sono in totale più di una ventina di strumenti diversi: crepitatori, gorgogliatori, rombatori, ronzatori, scoppiatori, sibilatori, stropicciatori, ululatori…. Da un’esibizione dimostrativa del professor Verardo, Monti registra la voce di sette di questi strumenti e spedisce i file audio a tre percussionisti attivi nell’area della musica sperimentale, perché li utilizzino per delle loro nuove composizioni: il polacco Andrzej Karpiński, il russo Nick Sudnick ed il britannico Chris Cutler. Quest’ultimo è sicuramente il più famoso dei tre, anche presso il pubblico del pop e del rock, ha suonato con formazioni del calibro di Henry Cow, Art Bears e Pere Ubu, ed è anche a capo della prestigiosa etichetta discografica Recommended Records.Il CD è frutto della collaborazione fra la Recommended e la Diplodisc di Monti, che partecipa a sua volta alla compilation con un suo pezzo. A completare la scaletta due brani eseguiti dall’orchestra I Pomeriggi Musicali al teatro Dal Verme di Milano nel febbraio 2009, le cui registrazioni provengono dall’archivio del professor Verardo, si tratta de L’angoscia delle Macchine e Il Mercante di Cuori, rispettivamente di Silvio Mix e Franco Casavola, autori vicini al futurismo, entrambe le composizioni risalgono agli anni ’20 ed offrono un sorprendente esempio dell’utilizzo degli intonarumori in un contesto classico orchestrale. E’ curioso notare che proprio al teatro Dal Verme nell’aprile del 1914 si tenne Il Grande Concerto Futurista che scatenò reazioni di disapprovazione così violente da degenerare in rissa (forse i futuristi erano un po’ i punk della loro epoca…)

Modi diversi di lavorare sugli intonarumori

Ognuno dei musicisti chiamati a dar vita al progetto interpreta a suo modo quella che Russolo, nel suo libro manifesto, definì l’arte dei rumori, ognuno a suo modo fedele allo spirito dei futuristi.
Karpinsky utilizza tutti i campioni sonori ricevuti, ciascuno in una diversa breve composizione, sovrapposti a suoni di percussioni incalzanti e minacciose e di voci trattate elettronicamente. Sudnick unisce alla voce degli intonarumori quella dello zgamonium, strumento da lui costruito con materiali di recupero. Il brano Protomekanika si dipana fra clangori metallici, ronzii e frequenze disturbanti, atmosfere industriali.

Cutler rimane fedele all’essenza acustica degli strumenti di Russolo, evitando di usare suoni elettronici. La sua è una suite percussiva molto articolata nella quale compare il suono di cinque diversi intonarumori.
In Simultaneità Futurista Alessandro Monti compie un’operazione che sarebbe piaciuta molto ai futuristi e che è anche un omaggio allo Stockhausen di Hymnen: utilizza alcuni passaggi dell’inno di Mameli e del Va Pensiero di Verdi, li mimetizza e li sovrappone agli intonarumori. Secondo Monti “…il rumore fa da presagio a quella che ritengo sia una conclusione sinistra dell’intera opera; quel suono indistinto e nebuloso che si ripete nel finale annuncia non solo il silenzio della distruzione degli strumenti a causa della guerra, ma anche di tante vite umane… Come se qualcosa si interrompesse e venisse dimenticato dallo scorrere del tempo.”

Il packaging ha una grafica a sua volta molto futurista, vi sono riportati dipinti del pittore Ivo Pannaggi, ed è completo di note che illustrano dettagliatamente il progetto.

Gli intonarumori di oggi

Si tratta ovviamente di musica che ha poco di rassicurante e che non si presta ad essere canticchiata sotto la doccia, eppure il suono degli intonarumori ci è molto più familiare adesso rispetto ad un secolo fa. Da allora la musica si è evoluta attraverso un’introduzione sempre più massiccia del rumore. Musica concreta e industriale sono solo i casi più eclatanti, ma anche nel pop e nel rock, attraverso l’amplificazione, la distorsione, l’elettronica, gli elementi dissonanti ed atonali hanno trovato sempre maggiore spazio. Oggi che la tecnologia ha invaso ogni aspetto della nostra quotidianità, la musica delle macchine non ci abbandona mai. Terminato il primo ascolto di questo strano CD ho sentito il rumore del trapano del mio vicino di casa, la ventola del pc, il motore del frigorifero… ho pensato che la sinfonia dei futuristi avrebbe continuato ad accompagnarmi.

La tecnologia ha occupato anche il nostro immaginario, il vero rumore di fondo è quello delle notizie, dei dati, degli aggiornamenti il cui flusso non si interrompe mai, è questo il ronzio che ormai ci accompagna, anche nelle sempre più rare pause di silenzio.
(Mirco Delfino)

Approx English translation:

The review starts with the important Gramsci’s quote on the record…

Futurist enthusiasm.
Futurism is now almost automatically associated with fascism, but originally, before the advent of the regime encouraged the prevalence of the most reactionary tendencies, it had an iconoclastic revolutionary charge which was perfectly captured by Gramsci in this quotation, appropriately reported in the notes of this CD.
The perhaps somewhat naive idealism of the Futurists is the furthest away from us. Not only have we lost the enthusiastic and confident drive towards the future, but we are no longer even able to imagine it, the global pandemic has only exacerbated this static, we find ourselves living stuck in a suspended time, limited to an eternal and uncertain here I’m. Yet the content of this CD demonstrates how much time has proved the futurists and their enthusiasm right, which led them to revolutionize the concept of what can be defined as art, culture and, specifically, music, expanding its boundaries, redefining its aesthetics, updating it to the age of machines.

The Intonarumori project.
Intonarumori: yesterday and today was born from an idea of the fervent creative mind of Alessandro Monti, owner of the Unfolk project and the Diplodisc label, both chapters unfortunately come to an end. Alessandro Monti is a talented, expert and eclectic musician and composer, who for many years has been moving in the borderlands between pop and avant-garde, with perfect mastery of the most disparate styles. In conversation with the Florentine pianist Daniele Lombardi, who unfortunately passed away a couple of years ago, who has worked a lot on the revival of old and now forgotten Futurist scores (see in particular the Futurist Music box published by Cramps in 2010) Alessandro learns that precisely in his hometown, Venice, Professor Pietro Verardo has reconstructed with scientific precision, based on an illustration of 1913, the intonarumori, the musical instruments built by the futurist Luigi Russolo, whose original specimens had been lost during the Second World War.
These are wooden boxes equipped on one side with a metal cone as a speaker, and buttons or levers that operate gears capable of emitting various types of noises. There are more than twenty different instruments in total: crackers, bubblers, rumbers, buzzers, pops, hissers, rubbers, howlers…. From a demonstration performance by Professor Verardo, Monti records the voices of seven of these instruments and sends the audio files to three percussionists active in the area of experimental music, to be used for their new compositions: the Polish Andrzej Karpiński, the Russian Nick Sudnick and the British Chris Cutler. The latter is certainly the most famous of the three, even among pop and rock audiences, he has played with the likes of Henry Cow, Art Bears and Pere Ubu, and is also the head of the prestigious Recommended Records label.
The CD is the result of the collaboration between Recommended and Monti’s Diplodisc, which in turn participates in the compilation with one of his songs. To complete the lineup, two pieces performed by the I Pomeriggi Musicali orchestra at the Dal Verme theater in Milan in February 2009, whose recordings come from Professor Verardo’s archive, are L’angoscia delle Macchine and Il Mercante di Cuori, respectively Silvio Mix and Franco Casavola, authors close to futurism, both compositions date back to the 1920s and offer a surprising example of the use of intonarumori in a classical orchestral context. It is curious to note that the Great Futurist Concert was held at the Dal Verme theater in April 1914, which triggered such violent disapproval reactions as to degenerate into a brawl (perhaps the futurists were a bit of the punks of their time …)

Different ways of working on noise intonation.
Each of the musicians called to give life to the project interprets in his own way what Russolo, in his manifesto book, defined the art of noises, each in its own way faithful to the spirit of the Futurists.
Karpinsky uses all the sound samples received, each in a different short composition, superimposed on the sounds of pressing and threatening percussion and electronically treated voices.
Sudnick combines the voice of the intonarumori with that of the zgamonium, an instrument he built with recycled materials. The Protomekanika song unravels among metallic clanges, hums and disturbing frequencies, industrial atmospheres.
Cutler remains faithful to the acoustic essence of Russolo’s instruments, avoiding the use of electronic sounds. His is a very articulated percussive suite in which the sound of five different intonarumori appears.
In Simultaneità Futurista Alessandro Monti performs an operation that the futurists would have liked very much and which is also a tribute to Hymnen’s Stockhausen: he uses some passages from the hymn by Mameli and Verdi’s Va Pensiero, camouflages them and superimposes them on the intonarumori. According to Monti “… the noise portends what I believe is a sinister conclusion to the entire work; that indistinct and hazy sound that is repeated in the finale announces not only the silence of the destruction of instruments due to war, but also of many human lives … As if something were interrupted and forgotten by the passage of time. ”
The packaging has a very futuristic graphics, there are paintings by the painter Ivo Pannaggi, and is complete with notes that illustrate the project in detail.

The intonarumori of today.
Obviously, it is music that has little of reassurance and does not lend itself to being hummed in the shower, yet the sound of intonarumori is much more familiar to us now than it was a century ago. Since then, music has evolved through an increasingly massive introduction of noise. Concrete and industrial music are only the most striking cases, but also in pop and rock, through amplification, distortion, electronics, dissonant and atonal elements have found more and more space. Today that technology has invaded every aspect of our daily life, the music of the machines never leaves us. After the first listening to this strange CD I heard the noise of my neighbor’s drill, the PC fan, the refrigerator motor… I thought that the symphony of the futurists would continue to accompany me.
Technology has also occupied our imagination, the real background noise is that of news, data, updates whose flow never stops, this is the buzz that now accompanies us, even in the increasingly rare pauses of silence. (Mirco Delfino)

INTONARUMORI: IERI ED OGGI NEW CD (coproduzione ReR Megacorp – Diplodisc)

Facciamo questa volta un bel tuffo nel passato, 1909. Filippo Tommaso Marinetti, poeta, pubblica il primo “Manifesto Futurista” nel quotidiano francese Le Figaro. Il Futurismo era un movimento artistico e culturale che toccava trasversalmente tutte le arti, inneggiando ad una cesura netta con il passato (“passatismo”) che impediva una nuova visione più aderente al progresso tecnologico, al movimento, alla velocità che caratterizzava la vita di quei tempi. L’idea centrale era l’esaltazione di tutto ciò che era moderno, le automobili, l’industria, l’aeroplano, ma anche il patriottismo, l’esaltazione della guerra, come strumento di distruzione del passato e di occasione di un nuovo sguardo al futuro. Aneliti che peraltro troveranno corrispondenza in alcuni risvolti ideologici del regime politico che di lì a poco si sarebbe instaurato in Italia. La ricerca esasperata del movimento, del dinamismo, si tradusse, nelle arti pittoriche, in una deformazione delle immagini tesa a rendere l’idea del movimento, dell’essenza della materia nel suo evolvere nel tempo, della sua velocità. Al primo manifesto futurista del Marinetti ne seguirono altri, per le diverse discipline artistiche. Tra questi, il manifesto della Musica Futurista. Tutti questi “manifesti” erano accomunati da un linguaggio dai toni iperbolici, stralunati, violenti, da attacchi espliciti contro tutto ciò che rappresentava il passato, e comun-que un ostacolo a quella euforia progressista che sembrava dover travolgere la vita e le convenzioni della società. “E in Italia? Insidia ai giovani e all’arte, vegetano licei, conservatori ed accademie musicali. In questi vivai della impotenza, maestri e professori, illustri deficenze, perpetuano il tradizionalismo e combattono ogni sforzo per allargare il campo musicale. Da ciò: repressione prudente e costringi mento di ogni tendenza libera e audace; mortificazione costante della intelligenza impetuosa; appoggio incondizionato alla mediocrità che sa copiare e incensare; prostituzione delle grandi glorie musicali del passato, quali armi insidiose di offesa contro il genio nascente; limitazione dello studio ad un vano acrobatismo che si dibatte nella perpetua agonia d’una coltura arretrata e già morta”. Il manifesto dei musicisti futuristi era firmato dal compositore e musicologo Francesco Balilla Pra-tella, mentre la Direzione del Movimento Futurista era tenuta, per la sezione “Arte dei rumori” dal pittore, compositore ed inventore Luigi Rus-solo. Russolo non si limitò a teorizzare il nuovo corso della musica, ma costruì degli innovativi strumenti meccanici, definiti Intonarumori e successivamente, nel 1922, il “Rumorarmonio”, un dispositivo atto a sommare e potenziare l’effetto di diversi intonarumori. È noto come l’epilogo delle esibizioni in pubblico finissero sempre in rissa, sia per lo sconcerto che tali innovazioni producevano negli ascoltatori, sia per i toni comunque volutamente provocatori che caratterizzavano le “serate futuriste”. Purtroppo, gli strumenti di Russolo sono andati distrutti nel corso della Seconda guerra mondiale, e poco rimane se non alcune foto di essi (risalenti al 1920), uno schema costruttivo di uno di essi, ed alcune testimonianze sonore. Arrivando al dunque, un “tono” è caratterizzato matematicamente da un’oscillazione sinusoidale “fondamentale” collocata ad una ben precisa frequenza (frequenza = numero di oscillazioni al secondo), oscillazione eventualmente corredata di ulteriori segnali sinusoidali a frequenze multiple della fondamentale, ciascuna di una particolare ampiezza e fase a seconda del tipo di strumento (“colore” del suono). Si parla di “spettro a righe” in quanto se si osserva, una volta esaurito il transitorio corrispondente alla generazione del suono (attacco), lo spettro di frequenze di uno strumento che emette note, ci si accorge che questo è composto da una serie di righe (una o più di una, di ampiezza solitamente decrescente con la frequenza) ciascuna collocata ad una frequenza multipla della fondamentale. Quando si “intona” uno strumento, ad esempio agendo sulla tensione di una corda, si porta il valore di frequenza della fondamentale a corrispondere a quello della nota musicale che deve riprodurre. Un rumore si distingue per avere invece uno spettro di tipo “continuo”, e quindi non caratterizzato da un particolare valore di frequenza. Inoltre, anche la sua ampiezza può modificarsi nel tempo in un modo che può essere completamente casuale. Il Russolo, con il suo intonarumori, voleva rendere “suonabile” un rumore, selezionando nello spettro una porzione di frequenze che risultasse non troppo in conflitto con l’andamento di una esecuzione musicale. Se mi si concede una semplificazione audace, è come se tentassimo di cantare le note usando le consonanti (che producono essenzialmente dei rumori) invece delle vocali (che producono dei toni, con spettro a righe). I rumori che voleva intonare erano quelli che rappresentavano “la voce” della civiltà moderna: le automobili, gli aeroplani, l’industria, gli azionamenti elettrici, e tutto ciò che era collegato al progresso. Gli intonarumori erano dei parallelepipedi in legno, con altoparlante di cartone, contenenti meccanismi azionati manualmente che consentivano di generare svariati rumori la cui “intonazione” veniva effettuata attraverso una leva sulla parte superiore che andava ad agire sulle corde interne. Esistevano diverse famiglie di strumenti: crepitatori, gorgogliatori, stropicciatori, rombatori, ronzatori, scoppiatori, sibilatori e ululatori. Qual è l’eredità di Russolo, dei suoi strumenti e del manifesto della musica futurista? L’eredità diretta è modesta, a breve termine non germogliarono semi. A più lungo termine, le visioni di Russolo si sono concretizzate in diversi ambiti, musicali e non. Si pensi ai moderni generi musicali ispirati al rumore, si pensi all’uso di parole onomatopeiche adottate già nei fumetti di Walt Disney (Gulp, Sob, Sigh, Bang…). Difficile stabilire se tutto sarebbe avvenuto comunque, ovvero quale sia il peso del contributo di quelle sperimentazioni di inizio ‘900.
“Intonarumori: ieri ed oggi” (“Nuove e vecchie composizioni per intonarumori di Luigi Russolo”) rappresenta un grande atto d’amore verso una parte di storia della musica, essenzialmente italiana, sconosciuta ai più. È il risultato di un lavoro certosino di studio e di riproduzione, con uso di materiale usato all’epoca, dei mitici intonarumori. Un racconto appassionante di Alessandro Monti che si snoda come un racconto giallo dall’origine dell’idea fino ai ringraziamenti ai numerosi collaboratori che a diverso titolo hanno fornito un contributo importante. Nel CD Vengono proposte due composizioni d’epoca, di Franco Casavola e Silvio Mix, nonché undici nuovi brani originali. Gli intonarumori realizzati grazie alla passione del Prof. Pietro Verardo, alle indicazioni del pianista Daniele Lombardi (cui il CD è dedicato), producono gli scoppi, ululati, sibili, ronzii, rombi promessi, e sono magistralmente manovrati dallo stesso Prof. Pietro Verardo per fornire materia fluida ai musicisti sperimentatori Alessandro Monti, Nick Sudnick, Chris Cutler, Andrzei Karpinski. Padre di questo originale lavoro, pregevole anche per la bellissima veste editoriale (ben otto facciate ricche di informazioni e di immagini) è Alessandro Monti, cui va il plauso per un’operazione lunga, difficoltosa, fortemente voluta, perfettamente riuscita. (Antonello Giovannelli)

A.A.V.V. – Intonarumori: Ieri Ed Oggi
Diplodisc – ReR Megacorp/Recommended
Genere: Sperimentale, futurista
Supporto: cd – 2020

“Intonarumori: Ieri Ed Oggi” è’ un importante progetto che nasce dalla collaborazione fra Diplodisc e Recommended, sempre attenta alla musica creativa.
Tutto prende spunto da ”L’Arte Dei Rumori”, manifesto del Futurismo scritto da Luigi Russolo nel 1913. Il futurismo nella musica tenta di sbriciolare come un caterpillar tutto quello che è armonia consueta e antica, suonata da strumenti ad arco, a fiato, metallici, in legno ed in pelli. Esso si contrappone con rumoristica e dissonanze create da rombi, tuoni, scoppi, scrosci, tonfi, boati, fruscii, voci animali e molto altro. Per ottenere tutto questo, Russolo crea un insieme di strumenti per cercare di dare vita propria ai suoni, essi prendono il nome di Intonarumori.
La vita quotidiana sta mutando nei primi decenni del 1900, l’industrializzazione porta a nuovi suoni di cui prima non si aveva conoscenza, rombi, suoni metallici, treni che sbuffano… La quiete in parole povere è solo un vecchio ricordo e la presunzione del futurismo risiede proprio nel fatto che esso si pone in maniera superiore rispetto al passato, con questo tenta di farsi strada in maniera prepotente. Ma è anche la necessità stessa di scoprire nuove frontiere, la voglia di sperimentare che è intrinseca nella natura umana. Abbiamo nobili esempi di chi ha cercato di dare voce a piante ed ad oggetti anche nel passato più recente con John Cage, oppure dare voce alla voce con polifonie grazie allo studio maniacale del compianto cantante dei Ribelli e degli Area, Demetrio Stratos. Dunque l’Arte Dei Rumori è un manifesto provocatorio artistico che anticipa i tempi.
Gli Intonarumori furono costruiti con un parallelepipedo di legno, in esso veniva piazzato un altoparlante di cartone o metallo nella parte anteriore. Colui che suonava, azionava leve o schiacciava bottoni per far partire il macchinario mettendo in movimento ruote di metallo, ingranaggi e corde metalliche. Le tonalità venivano cambiate tramite una leva e appunto corde.
Gli Intonarumori oggi sono ricostruiti dal prof. Pietro Verardo a Venezia, e per la realizzazione di questa opera musicale ci si avvale di un insieme internazionale di musicisti, a partire dall’inglese Chris Cutler (Henry Cow, Art Bears, The Residents, Pere Ubu, etc.), al russo Nick Sudnick (Zga, Vetrophonia), al polacco Andrzej Karpinski (reportaz) al nostrano Alessandro Monti (Unfolk).
Le immagini usate per la grafica del cd sono ad opera del pittore futurista Ivo Pannaggi (1901–1981).
Il cd ha sede in un involucro di cartone suddiviso in più ante nelle quali si possono leggere le spiegazioni sia del progetto che del macchinario sonoro, con tanto di disegno allegato.
Tredici le tracce sonore, fra vecchie e nuove composizioni, le prime otto sono “Rumori Di…” fra zelo e diligenza, pazienza, amore, generosità, generosità dei montanari polacchi, purezza, umiltà, virtù e compostezza. Le sonorità vengono registrate nel 2018 in Polonia con Andrzej Karpinski (acustica, elettronica, voce) e Pietro Verardo (intonarumori).
Ritmi automatizzati, supportati da voci, tensioni, versi di animali aleggiano nelle brevi tracce, spaziando in effetto stereo attorno la nostra mente. Non mancano momenti con percussioni e batteria.
“Quando Il Futuro E’ Il Passato” è registrato in Francia nel 2018 con Chris Cutler e Pietro Verardo. Anche in questo caso si possono ascoltare un insieme di suoni particolari che accendono la nostra fantasia. “L’angoscia Delle Macchine” del futurista Silvio Mix, è suonata dall’Orchestra I Pomeriggi Musicali diretta dal maestro Carlo Boccadoro proprio al Teatro Dal Verme di Milano nel 2009, dove in origine il brano è stato esibito nel 1914. Una sorta di fuga sonora a più riprese che può far venire alla mente l’inizio del brano “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd.
“Protomekanika” è del 2017, registrato in Russia da Nick Sudnick e Pietro Verardo. Qui siamo nella rumoristica più totale. Segue “Il Mercante Di Cuori”, altro pezzo del 1927 suonato al Teatro Dal Verme di Milano nel 2009. Nell’insieme uno squarcio sonoro di sole.
L’ultimo brano ad opera di Alessandro Monti si intitola “Simultaneità Futurista”, e nasce all’ultimo minuto per completare l’opera. Descrive l’autore nella bio: “Era stato pensato come una variazione moderna dell’Inno Nazionale Italiano e di Va Pensiero di cui conserva alcuni passaggi nascosti, ma é approdato ad una struttura finale in cui il rumore fa da presagio a quella che ritengo sia una conclusione sinistra dell’intera opera; quel suono indistinto e nebuloso che si ripete nel finale annuncia non solo il silenzio della distruzione degli strumenti a causa della guerra, ma anche di tante vite umane… come se qualcosa si interrompesse e venisse dimenticato dallo scorrere del tempo. In origine volevo scriverne la struttura sotto forma di diagramma con i tempi, i ritardi progressivi delle tracce, gli interventi delle citazioni, ecc. Davo per scontato che il primo tentativo sarebbe stato una prova, ma quando ho riascoltato il risultato finale, non c’é stato bisogno di farne una seconda versione. Quindi non ci sono stati calcoli scritti o studi preparatori, ma solo riferimenti visivi approssimativi sullo schermo del computer.” Ovviamente stiamo parlando ancora di rumore e di suoni.
Nel 2020 poter riascoltare l’Intonarumori è un privilegio culturale e storico, chi osa nel tempo sfidare la musica è degno di attenzione, perché essa si cela in ogni dove, anche nelle vibrazioni e nei rumori, ovviamente per chi la sa cogliere. Un salto nel passato, un salto nel futuro il tutto nel presente. Jackpot!
(Massimo Salari)

FUTURISMO: Intonarumori: ieri ed oggi – CD ReR – 13t-61:21
Di tentativi di restituzione del clima musicale futurista ne esiste ormai un’ampia collezione. A dimostrazione che rimane una fase artistica intrigante e per molti versi anticipatrice. Alessandro Monti é tornato a quegli anni creando un’antologia che attualizza il pensiero e le macchine di Luigi Russolo grazie al concorso di Chris Cutler, Nick Sudnick e Andrzej Karpinski, ciascuno autore di una composizione intesa a reinterpretare in maniera personale le sonorità avanguardiste dell’epoca. Un’impresa che non sarebbe stata possibile senza l’uso degli intonarumori ricostruiti con pazienza certosina dal professore veneziano Pietro Verardo a partire dal 1977 e dall’unica foto che ritrae Russolo e i suoi marchingegni. Accanto ai nuovi brani il CD contiene inoltre le registrazioni di L’angoscia delle macchine (1926) di Silvio Mix e Il mercante di cuori di Franco Casavola (1927), eseguite ne 2009 dall’orchestra I Pomeriggi Musicali diretta da Carlo Boccadoro, sempre con l’ausilio degli intonarumori di Verardo. Nell’insieme ne scaturisce un quadro composito, non didascalico, utile a leggere il passato con occhi contemporanei. (7/8 Piercarlo Poggio – BLOW UP.)

“FILE UNDER OBLIVION”

THIS IS NOT A CONCEPT!
Fa un certo effetto sapere che “File Under Oblivion” viene annunciato come ultimo capitolo di un collettivo aperto che attorno a una figura leader come Alessandro Monti vede ruotare una serie considerevole di musicisti, alcuni come Bebo Baldan e Andrea Marutti già noti ai miei orecchi, ma tra gli altri anche ospiti di rilievo come Tim Bowness, Mauro Martello degli Opus Avantra e mister Visnadi maestro della house music negli anni 90. Perchè a dispetto di ogni atto finale, questo corposo doppio cd é talmente ricco di input, da richiedere tempo e più ascolti per essere pienamente metabolizzato e valorizzato per quel che merita. Potremmo dire di un mix di prog, pop, elettroniche, ambient, house ma rischieremmo di essere fuorvianti se non cogliessimo quel sottile velo di ambiguità sospeso tra utopia (sogno, oblio) e distopia (disagio, critica, inquietudine, buco nero) che permea il passaggio da un primo disco più solare, ottimista dove testi e canzoni hanno un ruolo significativo di raccordo tra pezzi strumentali, ed un secondo dove pare alzarsi sempre più concitata la temperatura del groove, mentre la voce si fa sempre più robotica e sintetica ed anche la dance in tre parti di Dance In Opposition non appare tanto rassicurante, per quanto ci provi l’ipnotco Visnadi remix in Doorways. Stupisce invece nel primo cd il depistaggio apparentemente pop di canzoni come Guides To Oblivion e Every Note Of Us, che poi evolvono su lidi più accidentati e sperimentali, per non dire di Time Capsule 2008: Mr. Vuh Returns che sembra evocare i Popol Vuh più solari di “Einsjager & Siebenjager”. E che dire di Q: Are We Not Humans? Una domanda di rimbalzo ai Devo? E dei trasognati minimalismi in salsa Canterbury di Time Capsule 1999: Skybus To Oblivion? Qui si un oblio a cui lasciarsi andare perdutamente. Ma cari Unfolk siete davvero così sicuri che questo sarà il capitolo finale? 7/8 [Gino Dal Soler, Blow Up.]

Il Collettivo Unfolk è il progetto di Alessandro Monti, musicista/polistrumentista veneziano autodidatta. Inizia il proprio percorso musicale nel 2006 rilasciando diversi dischi per la Diplodisc, etichetta autogestita. Il genere primordiale espresso è un Post-Folk che negli anni va mutando in un genere non proprio ben definito, e proprio per la ricercatezza delle soluzioni e negli innesti di generi che io li vado a collocare nel “Progressive Rock”, ma non quello rivolto ai soliti anni ’70, bensì al più moderno, di sviluppo. Infatti il nome ha intrinseca l’evoluzione, il senso della progressione, questo è il vero significato del Progressive Rock, negli anni ’70 nominato semplicemente “Musica Pop”. Lasciati dunque i paragoni sbagliati con Genesis, Yes, Gentle Giant, King Crimson e compagnia bella, veniamo al nuovo doppio album di Unfolk, esso per essere realizzato ha necessitato di più anni di lavoro. Il primo disco parla di un oblìo esistenziale ed artistico, dove tuttavia lascia intravedere per il futuro possibilità positive, mentre il secondo cd tocca un argomento molto vasto per contenuti sociologici: il mondo di internet.
In questo lungo viaggio creativo dove numerosi stili si vanno a miscelare, come il Pop e la Dance, oltre che il Rock, Monti si coadiuva di special guest come Tim Bowness (No-Man, Henry Fool), Mauro Martello (Opus Avantra) e Visnadi (Livin’ Joy. Alex Party) quest’ultimo per il lato dance.
In generale il Collettivo Unfolk è composto da: Roberto Noè, Claudio Valente, Daniele Principato, Alex Masi, Elisabetta Montino, Riccardo De Zorzi, Franco Moruzzi, David Mora, Matteo Lucchesi, Tullio Tombolani, Bebo Baldan, Andrea Marutti ed Alessandro Monti.
L’artwork di Jarrod Gosling è di stile “neutro”, ossia non rappresenta al 100% un unico genere musicale come spesso avviene per altre copertine, ma lascia adito a differenti interpretazioni, mentre è musa del primo brano introduttivo del secondo cd, “Doorways”. Molto bella la confezione in senso generale, semplice, contenente i testi (cantati in lingua inglese) e la descrizione su chi suona nei singoli brani.
Il primo cd è suddiviso in undici tracce, mentre il secondo in otto.
L’”Oblivion Signal/Introduction” ci immette nella prima parte del viaggio fra suoni psichedelici e descrizione di arte e creazione con voce femminile, esso conduce a “Time Capsule 1983: The Shadow”. Un loop di synth si lascia raggiungere dalla chitarra elettrica di Roberto Noè e da un gorgoglìo di suoni che tracciano nella stanza in cui si ascolta sinuose atmosfere magiche. La voce inconfondibile fragile e sussurrata del collaboratore di Steven Wilson nei No Man, Tim Bowness non può che narrare un brano acustico e delicato dalla vena malinconica, qui dal titolo “Guides To Oblivion”. A raggiungerlo nella parte centrale del brano la voce femminile di Elisabetta Montino (Quanah Parker) in una coralità che va ad impreziosire il crescendo sonoro del brano mentre sfocia in un graffiante muro sonoro sostenuto dalla chitarra elettrica. Monti si fa notare nel brano strumentale “Time Capsule 1988: Format For Matt”, orecchiabile e sentito, qui la melodia la fa da padrona, mostrando il lato più sensibile dell’artista. Si ritorna alla Psichedelia con gli otto minuti di “Every Note Of Us” e la voce di Claudio Valente, la chitarra di Alex Masi, le percussioni di Roberto Noè e il sax di Mauro Martello. Sul brano aleggiano le ombre di David Bowie, quello più recente. Molti di voi noteranno anche frangenti di Pinkfloydiana memoria.
“Time Capsule 2008: Mr. Vuh Returns” fa capolino nel Pop e nel Prog più delicato, quello per esempio dei concittadini Orme, grazie all’uso delle tastiere quasi sgocciolate nel tocco e delle melodie eteree.
Una chitarra acustica apre “Dreams Of Angels/Apocryph”, un sentiero dove ancora una volta le capacità tecniche di Monti vengono alla luce per poi passare ad una fase più Dance e Pop. Ricercatezza e semplicità, due cose ben distinte che invece in questo brano dimostrano di poter convivere in maniera perfetta. Qui possiamo estrapolare il sunto del progetto Unfolk, ossia il non fossilizzarsi su un genere o in uno stile sonoro in senso generale. Elettronica nei quasi tre minuti della strumentale “Q: Are We Not Humans?” fra sintetizzatori e basso per passare a “Oblivion Loop”, una sorta di Dance sussurrata. Con “Time Capsule 2018: Stimmen Der Engel” ritorna il brano strumentale ancora una volta narrato dalle chitarre di Monti, assieme ad un gradevole slide.
Il cd 1 si conclude alla grande con “Time Capsule 1999: Skybus To Oblivion”, sunto sonoro di quanto ascoltato in questo già lungo percorso, con la giunta preziosa del flauto in un susseguirsi di immagini sonore.
Il secondo cd si apre con il brano ispirato dalla copertina “Doorways”, un mix fra Psichedelia e Pop che conducono verso lo spazio infinito per chi ha uso di fantasia abbinata al suono. “Dance In Opposition” è nomen omen, il ritmo sale e si può anche ballare. Si parla di internet e dell’uso sbagliato che ne facciamo, portando la musica quasi alla morte, quando invece usato a dovere potrebbe essere soltanto che un oggetto di fondamentale importanza culturale. “Dance In Opposition: Lost In Translation” non fa altro che proseguire il discorso intrapreso dal brano precedente. Più articolata e ricercata “Dance In Opposition: Before It’s Too Late, qui si apportano modifiche alla struttura sonora base. I brani si richiamano, anche se l’autore non definisce il proprio operato un concept album. Si esce da questo loop sonoro con “Modern Art Blues”, pur sempre navigando sopra suoni elettronici, questa volta però compare la chitarra. C’è anche la versione Visnadi rmx di “Doorways” e quella inedita completamente strumentale di due minuti e poco più.
Si giunge alla fine del disco con “Alpha/Black Hole/Omega” ancora fra echi, elettronica e in questo caso anche di rumoristica che ci fa accedere ad un mondo parallelo decisamente onirico.
Avrete dunque capito che questo nuovo lavoro del Collettivo Unfolk è decisamente un prodotto non adatto a chi dalla musica vuole solo spensieratezza o perlomeno canticchiarla (qui tuttavia possibile in alcuni frangenti), si necessita di ascolto e statene pur certi che al suo interno troverete anche della destabilizzazione, quella che invece piace moltissimo agli ascoltatori incalliti di Rock Progressivo e dintorni. Viene in mente il classico detto: “O lo si ama o lo si odia”. [Massimo Salari, NonsoloProgRock]

“INTUITIVE MAPS”

FRENCH language: click here!
Big-Bang-99 RECENSIONE FR.
[BIG BANG, musiques progressives]

“Intuitive Maps”, festeggia nel migliore dei modi i dieci anni del progetto/collettivo Unfolk. Dove tutta una serie di intuizioni che occhieggiavano nel precedente “SpiritDzoe” vengon ampliate/approfondite, frantumando in maniera evidente il carapace a maggior tasso post-folk occidentale che caratterizzava i precedenti albi. Alessandro Monti è un prezioso rabdomante di segnali globali, un amplificatore di vibrazioni e un attento osservatore della realtà circostante con tutti i suoi pregi/difetti/orrori (“The Venetian Book Of The Dead”). Artista curioso al di fuori delle pastoie di settore, fra ricerca, slancio passionale e rilascio di cristallini frammenti di sensibili memorie/tradizioni. Un fine tessitore di avviluppanti reti, scevre di ogni ritorto eccesso egotico fine a se stesso.
Di fondo, è suono di terra, vento e cielo, con il corpo sperso nel mezzo che prova l’ebrezza fluttuante dell’assenza di peso. Registrato fra Leicester e Venezia, “Intuitive Maps”, raccoglie contributi sensoriali acustico/digitali offerti da Elisabetta Montino, Alessandro Pizzin, Camomatic, Kevin Hewick, Jim Tellow, Chris Conway, Mark “Flash” Haynes, Misterlee e Steve Escott. L’Africa e L’Asia, Terry Riley e Teo Macero, liquide distese lisergiche, il frastuono sudato e leggero di un afoso mercato multicolore, incantevoli pozze devozionali cui abbeverarsi, lo ieri, l’oggi ed il poi in un sensuale insieme di sfioramenti.
I tipi di Wire se ne sono accorti e l’hanno inserito nel loro ultimo cd di Agosto. Noi meritiamo solo Despacito? [Kathodik]

Dimenticatevi distinzioni fra generi musicali, scordatevi la forma canzone, raggruppate le vostre memorie e donatele al vento, aprite le orecchie come fossero arse di un insaziabile appetito sonoro, spalancate gli occhi immaginandovi di essere nel più sconosciuto fra i mondi. Non esiste nulla; tutto esiste. Basta coglierne le sfumature. Arpeggi fatti da echi lontani si fondono a una misteriosa voce di donna, in connubio d’un invito sinistro che lascia presagire l’inizio di un qualcosa che non è mai iniziato, ma sempre proseguito. Una treccia di suoni si fanno strada per entrare in noi, permettendoci di cogliere la luce. Tamburi, o legni arsi vivi da mani mai dome, percossi da chi cuore ne ha per trasmettere un profumo di infinito, senza mai smettere di respirare insieme. Tutt’uno, con la voglia di non trovarsi soli dove si è stati catapultati. Siamo nati per condividere, quindi, lasciamo perdere gli eremi interiori e iniziamo a fare piccoli passi col ritmo dettato da chi ci vuol descrivere la via. Calma come dono degli Dèi, o di un solo Dio, a seconda di un dettaglio che vorrebbe circonciderci l’esistenza. Libertà, sempre, invece. Calma, come aria pura e nuova che si muove sulle foglie della nostra mente, accarezzandola, forse masturbandola per provocare un piacere antico; enigma da portare in grembo in attesa della rivelazione. Gocce di splendore in un mare di banalità: e si danza. Portati avanti i piedi da un suono circolare e nettamente invitante, si alza il collo fino al cielo fatto di qualsiasi tinta si desideri. Testa china per vedere la terra prendere vita, dove il verde inebria la serenità, dove il marrone ci assomiglia in quanto pilastri del sistema linfatico, dove le stagioni si susseguono senza mai stancarsi di dirci che siamo i figli di un domani ch’è già oggi. Piccoli contrappunti di continuità, battiti di ciglia perpetui che ad ogni azione fa corrispondere un colore diverso. Un arcobaleno infinito di sensazioni, dove la parola non è importante, ma tutto il resto sì. Per cui si appendono le notti nell’armadio dei ricordi e si corre in un oceano di luccicanza, retti e sorretti da poche certezze, se non quelle che potremo capirci soltanto con sguardi complici e occhiate (dis)integranti. Un ripetitivo tappeto a tratti vorticoso ci invita alla riflessione, momento cardine di ogni segmento di tempo, dove lo spazio è comunque annientato da ritorni d’immagine che non ci permettono di intuire la direzione. Basta non avere paura ed essere ebbri di ciò che ci aspetta: noi stessi. Vibrante gioia sparsa in tutto il nostro sangue. Come piume mosse da novelli soffi d’immagine, lentamente ci si adagia su un’idea che ora pare portarci lontano, ora pare proseguire nella speranza di essere seguita; maestra di vitalità, dove vuoi condurci? Via, via dal bosco umido e nemico, talmente fitto da non permettere la vista della luce, che corre ad illuminare il circostante. Fuori, finalmente, ad omaggiare quello ch’è chiamato Sole, lassù, molto spesso, e qui dentro, a volte. Come crescere nella soglia dell’immaginazione, l’immaginifico vuole aprirsi e riprenderci. Si apre il sipario, ancora una volta, e noi e loro non più seduti, ma ora sul palco da protagonisti, dove si riattivano i clamori delle celestiali note; timore e paura si mischiano a incredulità e sorpresa: non siamo soli. Mirabili fischi lontani corrono per rincorrere, creando la musica della natura.Un battito di cuore percuote il petto del tuono, gonfiandolo fino a farlo esplodere in un dissonante fragore, istante d’energia che mette seduti l’impulso e l’arroganza. Di contro, in piedi, troviamo la coscienza e la conoscenza, sottobraccio a passeggiare in questo viale coloratissimo e profumatissimo. Non si arriva, non si arriverà mai. Si potrà solo transitare per cogliere i frutti più succosi, nutrendo la fame del proseguo. Come anime in eterno movimento, ci berremo vicendevolmente, tenendoci vivi, portandoci avanti. Avanti. Avanti. Avanti. Con dolcezza. Con Alessandro Monti e il suo Unfolk Collective. Abbracci diffusi. [Andrea Pintelli, Mat2020]

E’ uscito oggi 20 marzo 2017 il nuovo disco di Alessandro Monti, membro fondatore e autorevole autore dell’influente gruppo prog “QUANAH PARKER”. Inizi ad ascoltarlo e ti rendi subito conto che stai per iniziare un viaggio. Un viaggio fatto di suoni che cambiano i colori del tuo spazio, basta chiudere gli occhi e non vedere quello che c’è intorno a te, lasciarti trasportare dalle onde sonore e immaginare. Alessandro Monti, grazie per questo “Intuitive Maps” che soffice e ondeggiante ci fa immaginare con un filo di speranza il futuro. Dopo averlo ascoltato, quello che subito mi è venuto in mente è stato: “Per fortuna che c’è ancora dell’ottima musica da ascoltare”. Ok non è importante etichettare Alessandro Monti, ma giusto per far capire di cosa stiamo parlando le sonorità di questo album mi ricordano influenze di vari artisti, potrebbe essere che nella cultura musicale di Alessandro Monti ci siano stati ascolti di dischi di Miles Davis, Brian Eno, Tangerine Dream, Gong, Agorà, Philip Glass. La musica elettronica mista a ritmi tribali sono il tappeto sonoro , filo conduttore di questo concept album. Un album psichedelico fatto di accattivanti frammenti jazz che racchiudono influenze di world music. Un album rilassante da ascoltare con attenzione. E poi ragazzi, dovete sentire la potenza del basso nel pezzo Church of Antrax, l’incalzante ritmo della batteria e il tappeto elettronico che per 7:32 riprendono perfettamente le sonorità del brano originale scritto da John Cale & Terry Riley nel 1971. Un disco minimalista, forse non solo questo, se ascoltate Mbuyu Na Mkonge un brano scritto insieme all’amico Alessandro Pizzin che per tre tracce sparse nell’album ritorna per descrivere le immense distese di alberi che scorrono viaggiando nel paesaggio africano. E allora indubbiamente ascoltando questo cd si sta compiendo un grande viaggio attraverso il Pianeta, un viaggio che pur raccontando come lo abbiamo ridotto, mostra anche attraverso le sue sonorità un grande speranza per il futuro.
Ed è quello che ben viene rappresentato dal 7 brano Pashupatinath Temple/Ruins Of Kathmandu (…) E come sempre arriva l’ora del biscotto “metafisico”, il gran finale, improvvisato, scritto e composto in duo con Alessandro Pizzin, che racchiude l’essenza di questo disco, di queste mappe intuitive che danno il titolo all’ album. Alessandro Monti, quel che voglio dirti è non mollare. Sei un grande, porti avanti con grande tecnicismo e bravura la musica nel mondo. E’ un disco che tutti devono avere, da ascoltare e riascoltare. Sono convinto che la musica sia un grande strumento per cambiarci nel profondo, per migliorare e questo disco ne è la prova. [Fabrizio Cremonesi ]

Trattasi di opera bella tosta per palati fini dediti alla perdizione assoluta tra sospensioni aeree e ambientali. In effetti ogni traccia ci mostra un percorso compositivo (e intuitivo) a sé stante, ma fino ad un certo punto, perché, se si prova a guardare queste “mappe” da lontano (e in una visione acustica collettiva), ci si accorge dell’unitarietà del quadro. Ogni frammento va al posto giusto nella rilettura personale di un mappamondo musicale e geostorico, in grado di condensare esperienze stilistiche di frontiera ormai divenute tradizione. Mi riferisco all’ampio mantra che dall’Oriente si è steso oltre 40 anni fa sull’Europa e sugli States, con puntate ben circoscritte in Italia e Germania (…) Intuitive Maps è un lavoro estremamente affascinante e, come tale, richiede una partecipazione impegnativa da parte dell’ascoltatore che, alla fine, verrà certamente ripagato dal non facile sforzo estetico. [Riccardo Storti]

“spiritDzoe”

Alessandro Monti, titolare del progetto unfolk, realizza un sogno, il suo primo CD “solo” che, anziché rappresentare un punto di arrivo, ha più le sembianze di un ritorno alle origini, un minimalismo espressivo voluto, alla ricerca dell’essenza del suono, della sperimentazione, del recupero etnico. Titolo misterioso – ma spiegato dall’autore nell’intervista a seguire – spiritDzoe nasce in studio – luogo in cui l’ispirazione di Monti arriva all’apice – e si ripropone di mantenere una collocazione intimistica, senza la ricerca del live, situazione in cui la riproposizione richiederebbe un contesto dedicato e non certo facile da individuare. Spirito e Vita, questa la risultante di un lavoro la cui valenza si è rivelata solo alla conclusione del percorso, dopo una creazione quasi casuale, che ha preso forma e sostanza momento dopo momento. Il sottotitolo del disco, “8 rituali in forma di suite”, introduce la sacralità dell’opera, laddove la concatenazione dei vari episodi passa attraverso un cerimoniale che profuma di misticismo e di arte superiore (…) L’improvvisazione è un pilastro dell’opera, che solo nella parte finale presenta composizioni precostituite. E la spontaneità vince, così come la riscoperta della bellezza della rottura degli schemi, dell’abbattimento di ogni orpello e confezione floreale, a vantaggio dell’espressività. Un album che richiede la corretta concentrazione d’ascolto e una buona conoscenza degli intenti e della filosofia costruttiva; un concentrato musicale che ha il sapore della rivelazione improvvisa, del creare innanzitutto per se stessi – fatto non sempre scontato – dello spogliarsi del superfluo a vantaggio dell’essenzialità. [Mat 2020]

Tra una primavera che finisce, ed un’estate affogata, che par non voler mai cominciare, perfetto s’inserisce, il primo solo del veneziano Alessandro Monti, dopo otto anni di Collettivo Unfolk. Uno scheletro esposto con appartata discrezione, per un fluire astratto e contemplativo, intriso d’invitanti suggestioni. In costante esplorazione di un caleidoscopico suono post-folk. Otto brani da viver come un rituale propiziatorio, trasparente e carezzevole. D’estrema onestà ed infinita umanità. Frammenti intimi, intrecciati con delicatezza fra di loro. Un’espressione complessiva, sospesa, spoglia e dolcemente minimale, in cui è facile perdersi. La ricerca di un suono interiore, figlio di passioni profonde, inchiodate con grazia su di un tiepido muro sbrecciato. A cominciar dalla bava d’elettronica immobile ed il feedback di mandolino del primo brano (l’elettroacustica), passando per le chitarre, i bassi e le note di piano, descrittive e risuonanti di armonie sovrapposte, dei brani centrali dell’opera (brume folk/ambient in ascensione kraut), il placido inceder pastorale del quinto frammento, aromi inebrianti di “Discreet Music” e “Another Green World”, rifrazioni luminose di antica scuola Factory (i Durutti Column non da poco, del sesto brano), i metalli e legni, enigmatico/rituali, delle due tracce conclusive, l’Africa, Don Cherry, Sun Ra e più di un’oncia di musicoterapia. Non è da tutti, mostrarsi nudi e crudi. [Kathodik]

(…) Va precisato sin da subito che per approcciarsi al lavoro di Monti bisogna essere “preparati”: l’immediatezza, intenzionalmente, è forse l’ultima delle caratteristiche dell’album. Siamo, infatti, di fronte ad un lavoro che si muove tra sperimentazione, minimalismo, improvvisazione, musica astratta, il tutto permeato da un intimismo che si scorge lungo l’intero percorso (…) un cerimoniale in otto passaggi che, dopo una prima forte scossa (e risveglio) iniziale, guida verso un’ascesa spirituale che s’interrompe con i capitoli finali dell’album. Anche se l’eloquente frase riportata all’interno della confezione (la sequenza (dei brani) è solo indicativa, una riproduzione random della suite è consigliata), “scompagina” questa possibile chiave di lettura… Per rendere concreto tutto ciò Alessandro Monti “gioca” con suoni elettronici, feedback di mandolino elettrico, chitarra acustica 12 corde, chitarra elettrica 6 corde, basso, mandolino, vibrafono, pianoforte, oboe e fagotto (virtuali), tracce separate di percussioni: triangolo, maracas, claves, shekere, campana (continuo), tre diverse campane (rintocchi), piattini, campanelli, sfere risonanti, gong, tamburo africano, timpano batteria, battimani.
Nella Parte 1 Monti chiede sin dalle prime battute un “atto di fede” all’ascoltatore: per circa sei minuti, un feedback di mandolino elettrico (…) Superato questo scoglio, tutto sarà possibile e si verrà ripagati (…) Un lavoro polimorfo, particolare e di certo non adatto a tutti i “palati”. [Hamelin Prog]

INTERVISTA di ATHOS ENRILE:
http://athosenrile.blogspot.it/2014/05/alessandro-monti-spiritdzoe.html

“THE VENETIAN BOOK OF THE DEAD” (il Libro Veneziano dei Morti)

Venetian Book

“…Un disco importante…” [Gianfranco Bettin, Presentazione cd 25/06/2010; é Lui l’autore del libro “Petrolkimiko” che ha ispirato il lavoro]

Thanks to the wonders of modern technology no-one one listens to albums anymore. The ease with which people can access songs and download songs has destroyed people’s attention span and rendered the idea of the album as a complete body of work almost entirely obsolete. Or at least, this is what the music industry types like to tell us. It’s one of the many horror stories that are linked with the digital music age. Yet this is a week in which Joanna Newsom and The Knife release multiple CD concept records to uproarious acclaim, and here we have an album comes along with not one, but two concepts tying the whole thing together. With a title as heavy as The Venetian Book Of The Dead, you know there’ll be some learning involved. A collaboration between the Unfolk collective of Italy and Leicester born, Factory records alumnus Kevin Hewick, The Venetian Book Of The Dead deals with the industrial disasters that occurred in vinyl factories in Venice in the Seventies and Eighties, which saw many workers and citizens die from cancer. The album also addresses the idea of vinyl as musical entertainment, as opposed to the cause of human tragedy. Two somewhat heavy concepts for the price of one; at times they make for a challenging listen, but it’s one that is ultimately rewarding (…) Musically, most of The Venetian Book Of The Dead stays within a certain set of parameters, somewhere between the post-rock meets folk of A Silver Mount Zion and the indie rock with additional electronic flourishes of Radiohead. Unfolk utilise their small collection of instruments to great effect. The majority of songs feature little more than mandolin, electric bass and some keyboard swells, though at times strings and electric guitar are thrown into the mix. Regardless of instrumentation, Unfolk always display a remarkable amount of restraint, always seeming willing to hold back where most bands would let go. This less is more approach creates a very sparse and eerie soundscape, invoking images of abandoned factories and long forgotten about machinery. Which is no doubt the idea. The idea of producing a concept album about industrial fallout in a time when substance in records is scarce is a brave one. Whilst the lyrics may seem a little clunky at times and lack a degree of subtlety that might be a little more appropriate, and even though it clocks in at over an our long, The Venetian Book Of The Dead is a challenging record. It’s also one that challenges the listener, and engages them. It requires repeated listeners and ultimately reveals itself to be a worthwhile, rewarding piece of work. [David Pott-Negrine]

“…Tutt’altro che una celebrazione, il cd non rivendica, non grida, non rintrona, non aggiunge rumore vuoto all’abisso di dolore dei figli, delle vedove, dei compagni, di chi è rimasto. Alessandro e Kevin si soffermano rispettosi a pensare, a riflettere, addirittura offrono con delicatezza e pietà una via d’uscita possibile (…) queste sono canzoni, sono le prime canzoni politiche del nuovo millennio. È stato fondamentale svuotare i cassetti dell’autoreferenzialità territoriale (rabbrividisco all’idea di un prossimo futuro canzoniere sociale padano…) e aprire le finestre alla tempesta: bene quindi che a prestare voce a chi non ha voce sia un inglese di una certa importanza, uno che ha un passato, uno che avrà visto altre fabbriche sì ma le stesse nostre tragedie. Che l’inglese porti lontano e dispieghi come bandiere questi stracci sporchi, che gli permetta di raggiungere altri porti, altre teste, altri cuori. È importante che la gente, in giro, venga a sapere. Assai significativa la collaborazione di molti musicisti dell’area veneziana: impossibile non notare come le differenze di stile e di genere di ciascuno si siano dissolte in un canto urlo suono rumore frastuono comune e tutt’altro che consolatorio…” [Rivista anarchica, giugno 2010]

(…)Il libro veneziano dei morti è il secondo capitolo di un viaggio, che Unfolk compie tra musica sperimentale e mistero, tra buone vibrazioni e il risveglio di una coscienza sopita per troppo tempo. Se quella coscienza con il primo Unfolk si rianimava dall’intorpidimento e acquisiva nuova luce grazie ad una sintesi “East-West”, ad un collegamento tra rock, folk, psichedelia, minimalismo ed esotismo, il passaggio successivo ne sublima la miscela e la porta di fronte alla propria responsabilità. Perchè chi ha sensibilità e ha varcato la soglia percepisce in modo più lampante le contraddizioni e i misfatti dell’esistente. E’ il caso di Porto Marghera e del Petrolchimico: anzi, “Petrolkimiko”, per citare il lavoro di Bettin e le vergognose morti nelle fabbriche che producevano CVM/PVC, alle quali Monti dedica il disco (…) “Venetian book” va assorbito come un unico, intenso e inesorabile flusso sonoro, che abbraccia l’elettronica tedesca e i raga post-moderni (…) Alla dimensione “folk-oriented” dell’esordio, Unfolk risponde con un’esplorazione, attraversando un territorio in cui Fripp e Harrison, Roedelius e l’Incredible String Band vanno a braccetto (…) Una viscerale denuncia civile, che passa attraverso la forma enigmatica di un melange musicale di alto profilo. Un’opera sui generis e affascinante, che merita estrema attenzione. [donatozoppo.blogspot.it]

“…The term ‘unfolk’ is well-chosen, for here we have music with a traditional ‘unconscious’ yet a completely 21st-century execution…” [Dieshellsuit.co.uk]

“…Monti invece prende la strada del songwriting, d’una limpidezza brillante e quasi surreale… e forse é anche merito di questo respiro collettivo se una simile ode-rock non sia mesta, anzi faccia alzare lo sguardo oltre l’orizzonte tenendo desto lo spirito fino alla fine…” [Blow Up.]

“…Un atto di accusa importante dal punto di vista concettuale, certo, ma anche supportato da un notevole spessore artistico… toccante e nel complesso pienamente riuscito…” [il Mucchio]

“…il cantautore affronta la materia con grande sensibiltà in dieci canzoni “avant pop” che rivaleggiano per fine scrittura, con sei strumentali tra folk, elettronica ed echi world-prog… ottima confezione ricca di note e suono smagliante con mastering di Jon Astley nella casa/studio dove Townshend mise a punto Tommy…”[Rumore]

“…Da questa collaborazione è nata una rara perla nera permeata di suoni che arrivano da un passato mai dimenticato riletto però in chiave moderna con uno stile complesso e decisamente colto. La bellezza dell’impegno.” [Rockerilla]

“…The Venetian Book Of The Dead” é un documento drammatico ma mai depressivo, un “concept” bello e importante di “canzoni di protesta del XXI secolo”. Per le vittime del lavoro avvelenato. [:RITUAL:]

“…Unfolk propone dunque un modo, ormai quasi dimenticato, di coniugare impegno civile e musica, mettendo la seconda al servizio del primo per poter oltre che dilettare anche risvegliare qualche coscienza assopita…” [SentireAscoltare]

“… Un concept album, per non dimenticare gli operai morti del Petrolchimico a causa del contatto col cvm e il pvc. Alessandro Monti, musicista mestrino, classe ’60, compositore, bassista, mandolinista e amante delle contaminazioni musicali, ha appena pubblicato un album impegnato ed impegnativo che farà discutere: The Venetian Book of the Dead si avvale di parti musicali complesse, scritte da Monti, che si articolano in ballate folk, brani rock e canzoni dalle atmosfere elettroniche e noise… ” [LA NUOVA di Venezia e Mestre]

“…The album is essentially a collaboration between Italian composer and musician Alessandro Monti and English singer and lyricist Kevin Hewick (with a phalanx of other musicians brought in to flesh out the sound). Hewick, an intermittent presence on the fringes of the UK underground since the early 1980s, sings in a distinctively English, Bowie-inflected tone. His texts are long, wordy and shatteringly powerful, giving voice to the desperate, the vulnerable and the doomed (…) Monti’s music is resolutely unfussy, giving the lyrics room to work their insidious effect. At times recalling REM, at others the angular modern rock of Porcupine Tree, the songs hover ominously on currents of fuzzed-out bass and delicate mandolin. Incendiary guitar solos add to the sense of drama, while several short instrumental pieces ratchet up the tension with glitchy, sinister drones. This is a dazzling, audacious and unique piece of work.” [The Sound Projector]

“…Non è un disco facile, né semplice, né accomodante. Anzi, potenzialmente è un disco disturbante, irritante ma di sicuro geniale. Ed è un disco importante. Uno di quelli di fronte ai quali è necessario mettere in atto le diverse tecniche di confronto: l’ascolto puro e semplice, la comprensione, l’assimilazione, la digestione e infine la fruizione. E’ un’opera unitaria che ispirandosi al libro tibetano dei morti, rende omaggio in forma poetica “alle vittime del petrolkimiko (…) Canzoni di denuncia, come si può vedere, ma anche musica “strana”, da ascoltare e meditare, ottenuta con pochissime cose: spesso un basso e un mandolino e una voce carismatica. Vorrei finire con una lunga citazione di Alessandro Monti, dal suo sito: “Come essere umano e soggetto politico, volevo affrontare se pur nel mio piccolo, il tragico tema del Petrolkimiko di Porto Marghera (Ve), soprattutto alla luce degli eventi recenti. Nello scrivere un brano come “Dal Libro Veneziano Dei Morti”, mi é apparsa subito chiara la connessione tra l’atmosfera in cui noi giovani crescevamo negli anni 70 e 80 e il ruolo dell’artista oggi. Non c’é ombra di dubbio che questa musica abbia le sue radici in un mondo alienato, devastato, mostruso e contorto come quello in cui siamo vissuti; un mondo in cui il silenzio della morte circondava tutto… anche se spesso l’apparente caos della vita quotidiana puntava proprio ad allontanarne i problemi. Non sarà mai abbastanza sottolineato quanto il comportamento della classe dirigente dell’epoca nei confronti degli operai e dell’intera cittadinanza sia stato criminale; nel nome di un dannato profitto si é minata deliberatamente ed irrimediabilmente la salute dei lavoratori (morti dentro e fuori le fabbriche), della cittadinanza e di tutto l’ambiente (vedi discariche abusive di rifiuti tossici ricoperte ad arte, magari proprio dove ora giocano i nostri bimbi o i fanghi gettati in laguna che hanno dato luogo a fenomeni mostruosi riguardanti la fauna e la flora). I dati sulla nocività della lavorazione erano, ed é stato provato, a conoscenza di tutti coloro che avevano in mano la dirigenza degli impianti, e non solo in Italia. Tutto appare oggi un irreale, lunghissimo incubo“. Questo incubo adesso assume la dimensione di un disco, un disco concettuale che parla di rifiuti tossici, di profitto sulla pelle dei lavoratori, in un clima musicale da dopobomba che troverei splendida colonna sonora per un dramma di Samuel Beckett. Il libro veneziano dei morti (titolo a ricalco su quello tibetano) è uno degli album più significativi, più toccanti, più violenti e delicati che mi sia toccato ascoltare e che mi abbia toccato ascoltando. Non per tutti. Ma a chi piacerà piacerà molto.” [La Brigata Lolli]

“…Different atmospheres and musical worlds come together on this ‘concept’ album. New wave combined with elements from folk, protest songs and carefully designed sound scapes. And all this does not spring retro motivated feelings, evoking supposedly good old days. No, this is a very honest statement that perfectly fits in our times. I play this one over and over. Some of the melodies I cannot get out of my mind. With each listening I discover new details. This one is not to be missed, and I hope this pearl will be noticed by many. The album is mastered by Jon Astley (Led Zeppelin, The Who, etc.). The cd comes in a gatefold cover with a 32 page booklet with English and Italian lyrics. [Vital Weekly]

“UNFOLK + LIVE BOOK”

Unfolk+Live book  inner

“Splendid music…” [Myspace comment by Judy Dyble, original singer with Fairport Convention]

“La scoperta di un mandolino da un liutaio di Galway in Irlanda fu l’inizio del viaggio. Quando Alessandro Monti vi suono’ i primi accordi, si aprirono sconfinati paesaggi. Oggi a 6 anni dall’uscita, il diario di bordo di quell’avventura viene riaperto per ripercorrere ogni luogo. Rimasterizzato da Jon Astley, questo bellissimo debutto a nome Unfolk e’ la mappa sonora, tra mandolini, chitarra, strumenti etnici, degli itinerari alla scoperta di un folk ideale. Un-folk per strade psichedeliche che deviano su sentieri space folk, svincoli progressive, intrecci di corde per legare un posto all’altro: luoghi dell’anima. Che condussero, dopo l’incompiuto “unfolk 2” (qui nelle sue 5 tracce) a una venezia uccisa dal Petrolchimico di Marghera. “The venetian book of the dead”, il resoconto post rock con Kevin Hewick della tragedia e’ documentato dal vivo rivelando inedite meraviglie, alla fine del viaggio di un uomo che ha trovato verità’ e bellezza” [:RITUAL:]

“A partire dall’edizione curata con maniacale attenzione con doppio Cd, dal vivo e in studio, traspare tutta la dedizione certosina del veneziano Alessandro Monti per il suo lavoro. Autore capace di dar vita ad un processo artistico in grado di far propria la massima alchemica ‘così in alto, così in basso’, traendo linfa vitale da elementi propriamente elettrici/elettronici e una massiccia componente acustica. Il risultato è un folk trasfigurato, con echi world, che potrebbe far ascrivere Monti fra gli eredi dei Comus, Popol Vuh… o del Jimmy Page più visionario. Opera straordinaria ed avvincente, che merita un posto fra le migliori del 2012.”
[Rockerilla]

“…L’album d’esordio Unfolk (2006) é ora riproposto nel remaster del noto Jon Astley in una confezione a due cd ricca di bonus: Il lavoro é un composto di esperienze dove oriente ed occidente, tradizione e modernità si intrecciano in pagine di limpida e inventiva fusione multi-etnica, raga acidi che incontrano visioni kraut-space-jazz, accenti celtici che flirtano con danze medioevali e diverse tradizioni popolari. Cinque affini tracce aggiunte son quanto resta di un naufragato Unfolk 2, mentre il secondo cd ospita, con due outtake di studio, un’energica e sofferta versione live di “The Venetian Book Of The Dead” (2010), cupo e maturo concept avant-prog, con la voce di Kevin Hewick sul dramma dell’inquinamento nel polo petrolchimico di Marghera”. [Rumore]

“Rimasterizzato da Jon Astley, torna in circolazione Unfolk, prezioso lavoro prog-folk pubblicato nel 2006 dal multi-strumentista Alessandro Monti e dalla sua nutrita band. Una visione panica quella del musicista veneziano che riunisce in un unico abbraccio danze celtiche (il Sogno di Devi), languori mediterranei (Almanacco del Giorno Prima) e mistici aromi orientali (l’incenso che riempie l’aria della superlativa Regioni di Pietra; l’India che in Aerofolk si scopre progressive, con le tablas a risuonare tra insistiti ricami chitarristici). Strumenti acustici provenienti dai quattro angoli del globo, classico equipaggiamento rock e il sostegno dell’elettronica descrivono le tappe di un viaggio psichedelico senza tempo e senza meta attraverso lande desertiche e fiumi elettrici…” [Blow Up.]

“Il nome del veneziano Alessandro Monti (classe 1960, non è quindi un neofita della musica) non è purtroppo noto ai più, sebbene vanti un curriculum artistico di primo ordine e di livello internazionale: polistrumentista validissimo, ha prodotto, a Portland, il grande esordio discografico dei Caveman Shoestore, “Master Cylinder” (T/K 1993), oggi considerato un classico del rock d’avanguardia recente; ha inciso, nel 1991, un piccolo gioiello di musica ambientale alla Harold Budd insieme al musicista elettronico Gigi Masin (si ricordi che sia Bjork che i To Rococo Rot campionarono dei frammenti delle musiche di Masin, per alcuni loro pezzi), “The Wind Collector” (Divergo), oggi venduto a peso d’oro sul mercato del disco da collezione (…) La discografia centellinata di Alessandro Monti è da considerarsi imperdibile, essendo costituita da una serie di gemme inalienabili.” [Ondarock]

“Dopo una serie di disavventure organizzative, non certo interessanti per i lettori, sono venuto in contatto con una musica ed un musicista imperdibile. Mi riferisco ad Alessandro Monti, artista veneziano dall’indole itinerante. Ciò che ho ascoltato è un doppio CD, Unfolk+Live Book, che raccoglie una vita di suoni e di situazioni (…) è bene sottolineare come Alessandro Monti lasci trasparire, senza alcuna volontarietà, la status di genio musicale, rilasciando con estrema semplicità una musica che sembra la sintesi dell’ impegno musicale di lustri (…) Un viaggio di cui non si cerca la fine… Tanti compagni, nella speranza che aumentino… La continua ricerca, tra tradizione e novità… L’impressione è che Alessandro Monti sia solo all’inizio… nel suo cassetto ancora molte frecce mai scagliate, ma i calcoli non c’entrano, non ci sono pianificazioni e botti a orologeria… la musica uscirà da sé, al momento opportuno. E che la condivisione abbia inizio!” [Mat 2020]

Il lavoro del veneziano Alessandro Monti è annoverabile tra i tesori meglio nascosti della musica italiana. E non si tratta certo di un musicista alle prime armi: ha prodotto Master Cylinder, importante esordio degli statunitensi Caveman Shoestore, mentre, con Gigi Masin, ha inciso, ormai più di vent’anni fa, The Wind Collector. (…) L’opera originale, pubblicata nel 2007, presentava tremori psichedelici votati all’autoanalisi e privi di catarsi, dalle parti di certe sperimentazioni lo-fi anni ‘90, rivolti però verso orizzonti lontani, con le orecchie ad ascoltare l’oriente in un resoconto inventivo sul modello di Jon Hassel, Third Ear Band, Popol Vuh (…) Il secondo Cd, cointestato a Monti e a Kevin Hewick, si apre con la pastosa Opening: Souls In Factories, piglio sacrale da colonna sonora e stalattiti in agguato; questa e la conclusiva sfuriata, che sfuma nella rarefazione metafisica, di Closing: dal libro – originariamente incisa su The Venetian Book Of The Dead, secondo album solista di Monti – sono le uniche tracce registrate in studio. Il resto di questa seconda sezione è stato catturato in due diverse esibizioni dal vivo, a Mestre e a Leicester (..) Alessandro Monti, coadiuvato da validissimi strumentisti, riesce a spaziare, senza perdersi e mettendo a fuoco i dettagli. Una bella edizione ampliata di un gran disco. [Indie-Eye]

This double CD is a re-release of the ‘Unfolk’ album, first published in 2006, plus a live recording of the ‘Live Book’ project Monti and Kevin Hewick. A project that we know from the excellent studio recording ‘The Venetian Book of the Dead’ (2010). Alessandro Monti is a musician from Venice. From what I read he was involved as a musician or producer on many productions, like ‘The Wind Collector’ together with Gigi Masin and ‘Master Cylinder’ by Caveman Shoestore. He is a man who works carefully and patiently on his own solo projects. His main instrument is the mandolin, an instrument that is not often heard. This instrument was developed in Italy a few centuries ago. The instrument also found its way into Carnatic music from India. That is why asked myself whether it is coincidence that some of pieces on the ‘Unfolk’ album have an Indian touch. He creates imaginative world or ethnic music. All instrumental. With very carefully and detailed arrangements and well-balanced sound spectrums. More than composing his talents are about arranging, creating fine textures and combining acoustic instruments and electronic sounds. ‘Unfolk’ is a collection of 11 these instrumentals that travel between imaginary and real worlds of ethnic music. This is typically a record that is indifferent to all hypes and modes in popular music. Tapping from traditional music Monti creates a timeless and universal music. But also rock elements occur, for instance in the playing of guitar maestro Alex Masi. The pieces are built from layers of instruments and sounds, with an important role for Gigi Masin (electronics). Great to have this beautifully produced gem available again in a remastering by Jon Astley. Also included are 5 bonus tracks from the abandoned Unfolk2 project. After the ‘Unfolk’ projects Monti came into contact with Kevin Hewick, you may remember from his Factory and Cherry Red releases in the 80s. With several other mates they realized the ambitious project ‘The Venetian Book of the Dead’, which was one of my favorite albums in 2010. The second CD contains live renditions of these songs from concerts in England and Italy in march and may 2011. Of course in this live performance, songs are more stripped down, but still stand because of the spirited performance: the aggressive guitar playing by Hewick, the spaced out textures by Berizzi on trumpet, etc. The collection of songs is introduced and closed by instrumental sound works. Especially the one on the end of this album is a fascinating and mysterious sound work. [Vital Weekly]

Awesome. An amazing surprise! A double album that for me it was a real surprise. The first CD is acoustic, the remastering of the first album of 2006 by Jon Astley, with the addition of 5 bonus tracks than those which would have been songs of the abandoned project Unfolk2. The second CD is based on two live concerts in Venice and Leicester in 2011 with the voice of Kevin Hewick (post-punk era, also an EP with The Sound: …). Both CDs are splendid, a cauldron in which various musical genres are mixed in a unique sound that traces the music from the late 60s, the first with an approach more between acid folk/psychedelic and cosmic shades of Third Ear Band and hints, for me, even the Dixie Dregs. But it is the second CD (live in two concerts of 2011 in Mestre, Venice, and Leicester UK, apart from the first and the last song in the studio ), with songs taken from the second work “The Venetian Book Of The Dead” which collects songs that I would call beautiful, with Kevin Hewick (in some passages reminds me of Nick Cave and Jim Morrison) on vocals, are: Black Tar Lagoon, so cinematic, it could be the soundtrack to some obscure late ’60s detective movies, Someone is always screwing someone, The cover up, Forgive … a real surprise, an album that really got me hooked! Highly recommended. [Rate Your Music]

Ritorna Alessandro Monti interessantissimo musicista veneto, con la ristampa del suo primo album da solista, ‘Unfolk’, titolo che il nostro faceva confluire nel concetto di un-folk, inteso come anti-folk. Ma soprattutto, riascoltandolo ora, stupendo esempio di uno stile che si muoveva agilmente, e fortunatamente si muove ancora, tra musica etnica, ricerca sensoriale più intensa e mondi possibili acusticamente trovabili alla John Hassel (…) Ogni tassello aggiunge un pezzo all’architettura già, all’esordio, così ben definita. In più una manciata di inediti fuoriusciti da quelle registrazioni, tra cui Trasferibile con la sua chitarra che ritaglia spazi di consapevolezza, Secular kosmisch folk psichedelica progressione e lo stacco di Sonata variabilis ruvida ballata “folkmica”. Il secondo cd attribuito all’Unfolk Collective & Kevin Hewick, intitolato ‘Live Book’ riporta un concerto registrato a Venezia e Leicester nel 2011. L’album è un libero arrangiamento di brani tratti dall’album ‘Venetian Book of the Death’ (qui il riferimento di cui sopra insieme alla recensione), tranne Opening: Souls in factories, possente meditazione “spaziale” e Closing: dal libro, progressione oscura verso lande deserte, queste due registrate in studio. Analizzando il live il brano Black Tar Lagoon lancia segnali di chiamata verso lidi davisiani, Someone is always screwing someone rimastica un funk disarticolato, The cover up e Sorgive si muovono in territori hip hop, Bedroom discotheque si svela una ballata folk punk; uno dietro l’altro i brani si susseguono fino alla fine senza sbavature, grazie anche alla lungimiranza di Monti che si accompagna a formidabili musicisti. Una bellissima riconferma, un ritorno al passato per confermare il presente e il futuro. [Kathodik]

(…) Unfolk pone in musica le straordinarie (e fittizie) intuizioni dell’immaginario Heracleum Ipotesis, musicista medievale le cui partiture sembravano perse nelle nebbie del tempo. La musica che esce da questo disco, nato in solitaria e sviluppato da un vero e proprio collettivo, è etimologicamente folk (musica cioè della tradizione) ma anche e soprattutto sua negazione per sviluppo ed obiettivi. Genere, dunque, oltre il genere, folk non ortodosso per stessa ammissione dell’autore. Perfetta e magica congiunzione di tradizione antica e moderna concezione musicale – post-moderna, senza confini, libera da tutto e tutti – di cui perfetto esempio sono le influenze più o meno dirette: dal punto di partenza John Paul Jones (l’uso del mandolino nelle composizioni dei Led Zeppelin), al punto di arrivo la pura elegia al rumore più assordante che fu Metal Machine Music di Lou Reed, passando per una commemorazione di Florian Fricke (Popol Vuh), mentore nascosto di molte musiche attuali. La musica è quindi gioco di contrasti, convergenza dell’antico col moderno, confluenza di remoti suoni caldi (mandolino, violino, tablas e percussioni) e attualità (chitarre elettriche, sintetizzatori, ecc.). L’Unfolk montiano è una musica globale in cui convivono mantra elegiaci dal retrogusto orientale, afflato ambientale alla Fripp/Eno, dilatazioni alla Popol Vuh/Sun Ra, abbozzi di cantautorato alla Nick Drake/Scott Walker, stralci di minimalismo esoterico. Su tutto un senso di oscurità latente alla C93/Joy Division. L’elettricità statica che satura la coda del disco, dipingendo di un astrattismo neo-folk dronato l’elegia medievale di Fine dell’infanzia, lascia di stucco e segna nuovi ipotetici sviluppi futuri per questo geniale signor nessuno della musica… [SentireAscoltare]

…”unfolk” é una fata morgana, suono d’una “falsificazione creativa”, l’invenzione dell’opera perduta di Heracleum Ipotesis. “Unfolk” é cosa diversa da “no folk”: può significare “un folk di quelli possibili”. Monti rende inconfondibile il suono con il timbro iperrealistico del mandolino; il viaggio é tanto cronologico -in una “renaissance” utopico-anarchica- quanto spazial-culturale: “regioni di pietra” uno sguardo “da” più che “ad” oriente: tabla, chitarre e processing, overland politico esistenziale. Le armonie sono aperte ed ariose, sassoni del violino di Giaccaria (“viaggiatori perduti”), innocentemente freak-prog (“aerofolk”) e spacedeliche (“raga del fiume elettrico”). Proprio al centro dell’avventura c’é una melodia semplice che si tatua indelebilmente nella memoria, “almanacco del giorno prima”. In chiusura un raga-folk apocrifo in nuce apocalittico, ma non vi preoccupate, potrete fare girotondi in campagna a sfinimento. [Blow Up.]

(…) Qui tutto é surrealisticamente magico e metafisico, si respira aria di cose sconosciute anche se il percorso sonoro che si intraprende per arrivare a conoscere la verità/realtà é un continuo rimando a mai dimenticate storie create con rimossi accordi di mandolino, oniriche e visionarie apparizioni teutonicamente cosmiche, voli radenti dentro l’irrealtà di immagini (un)folk avvolte nella nebbia di un paesaggio avvolto a metà tra le highlands scozzesi e l’isola dei morti di Arnold Böcklin. Vi basterà fissare con attenzione lo sguardo intrigantemente inquietante del musicista mascherato da gran dama del nero che sovrasta l’immagine di copertina mentre le note dell’ultimo brano vi avvolgono, vi basterà un attimo e riemergere nell’abbagliante luce del reale sarà cosa assai faticosa e spiacevole. [Rockerilla]

(…) “Unfolk” é la materializzazione di un talento assoluto, luminosissimo ed incandescente (…). contemplare meditabondo di frammenti di speranze svanite, fantasmi ed ombre inizio settanta (…) é un folk come lo si vorrebbe nel mondo dei sogni, uno dei tanti modi possibili di intenderlo; uno dei più fascinosi e meno battuti nella sua essenza trasparente. Possiede spigoli smussati e superfici piane ed assolate. vitale di urgenza espressiva vera e non semplice esigenza di mercato, é un dire qualcosa che spezzi il silenzio, ponderato ed attento. Un folk inattuale perchè senza tempo, perchè non conosce e si riconosce in mode e movimenti, cane sciolto che prende boccata d’aria con la lingua a penzoloni indeciso se confondersi con l’orizzonte o tornare sui propri passi (…) in conclusione “fine dell’infanzia/oscura profezia” lascia la porta socchiusa sul futuro, un girotondo del solo alessandro che si squarcia sul suo gemello elettrico angolare. Si scorge in lontananza aria di tempesta, il naturale contraltare; l’arrivo dell’uragano elettrico. “metal machine music” che zampilla furiosa in libero flusso… [Sands Zine]

…una cavalcata nelle lande sconfinate del progressive anni settanta, undici pezzi di folk-rock per gran parte di composizione, suonati da ottimi musicisti, con un’idea forse un po’ retro ma intrigante dei suoni. ottima iconografia e packaging, e una storia ispiratrice (il ritrovamento dell’opera perduta di tale heracleum ipotesis) dalla vocazione letteraria… [Luca Ferrari]

…a cavallo tra digressioni paesaggistiche di matrice orientaleggiante (mi pare chiaro che siano stati compiuti studi sonori approfonditi negli stessi luoghi visitati, fisicamente e musicalmente, da florian fricke di popol vuh durante i suoi viaggi in india) e materiale avant folkrock di natura mai apocalittica, ma sempre protesa all’esplorazione di scenari reconditi, ambientali/atmosferici e legati a doppio filo agli aspetti umani/spirituali dell’essere vivente, così credo che debba essere descritto il primo lavoro solista (pur se ottimamente coadiuvato da altri strumentisti) di Alessandro Monti (…) A tutto ciò aggiungete una bilanciata integrazione tra le parti coinvolte e un utilizzo coraggioso del mandolino da parte dello stesso monti, che caratterizza in maniera evidente l’opera. “Unfolk” é un disco che racconta di sentimenti, mondi e suoni. [Music Club]

«Unfolk», la musica di Mestre
Un disco che è sintesi di ciò che Mestre sa dare in campo musicale. Unfolk, primo lavoro da solista di Alessandro Monti, coinvolge un nutrito gruppo di musicisti mestrini che negli ultimi 20 anni hanno segnato molta avanguardia nazionale e internazionale. Un progetto ambizioso, per Monti, che lo ha visto impegnato per oltre due anni, nel tentativo di riunire tanti amici per un lavoro di ricerca cui ognuno degli artisti ospiti ha saputo dare il proprio, prezioso e personalissimo contributo. «Unfolk», racconta il 46enne musicista mestrino, «vuole essere la negazione del folk e allo stesso tempo la sua naturale evoluzione». Non è un caso che nel disco, accanto a suoni campionati e a strumenti elettrici ed elettronici, a farla da padrone siano un mandolino irlandese, violini e chitarre acustiche «perché», spiega Monti, «volevo rendere chiara la matrice popolare che ha accompagnato la mia crescita artistica, abbandonandomi però a contaminazioni e voli sperimentali unici». Accanto ad Alessandro Monti, in studio si sono avvicendati Ricky De Zorzi, Marco Giaccaria, David Mora, Bebo Baldan, Adriano Clera, Gigi Masin. Unfolk segna anche il ritorno, dopo 20 anni di assenza, di Alex Masi, trapiantato a Los Angeles dove si è ritagliato una fetta di notorietà sia nel campo del rock che in quello della musica classica. Il disco è distribuito in questi giorni in negozi specializzati, in attesa del lancio nazionale, edito dall’etichetta indipendente «stella*nera». La genesi di Unfolk è segnata anche da curiose coincidenze. «In copertina», racconta Monti, «ho voluto riprodurre Concerto, un quadro del 1920 di Alberto Martini trovato a casa dei miei genitori e che, come un colpo di fulmine, mi ha ammaliato, rappresentando esattamente ciò che volevo trasmettere con il mio disco». Chitarra e violino, suonati da due personaggi misteriosi ed enigmatici come Alessandro Monti, che per il suo primo lavoro crea anche il personaggio di Heracleum Ipotesis, musico e teorico veneziano capace di comparire e misteriosamente sparire in diverse epoche storiche, lasciando qua e là piccole tracce del suo genio. Tracce che Monti ha saputo cogliere, decodificare e fermare in un disco che sa essere piacevole e coinvolgente. [Roberto Massaro, La Nuova Venezia]

“(…) Alessandro Monti invents the concept of what can be resumed in the new term unfolk, which inhabits a reinvention of techniques, traditions (compositions,..) with some amount of improvisation on the now/nu. Most tracks are based upon beautiful instrument combinations with mandoline, in a way like Led Zeppelin’s Gallows Pole was built. Melodically and in sound the mandoline layer sounds beautiful in combination with acoustic and electric guitars, tabla, tonal keyboards and a few other string instruments. A very enjoyable, soft-hypnotic, mostly acoustic album, with a certain progressive vision”
[Psych-Folk & Acid Folk Reviews]

(…) un eccellente esordio solista, per un autore che spazia in un’area suggestiva, evocativa, magnetica (…) un disco ammaliante, da non perdere
[Movimenti Prog]

C’è un sapore antico eppure moderno in questo Unfolk del veneziano Alessandro Monti. Mandolini, chitarre acustiche, violino, tabla, strumenti etnici tipici della tradizione indiana e mediorientale, sono approcciati e organizzati con rispetto, utilizzando con discrezione le tecniche del loop e del multilayering: «musica folk non ortodossa», come recita la presentazione dell’album. Sequenze ipnotiche, raga, mantra che si dipanano talvolta anche per più di dieci minuti, guidati dal mandolino di Monti – ispirato dai lavori di John Paul Jones – su cui si innestano i contributi degli altri musicisti: Marco Giaccaria (violino e fiati), Bebo Baldan (percussioni) e il celebre chitarrista elettrico Alex Masi, vecchio amico d’infanzia del musicista veneto. Lungo gli undici brani che compongono il cd, l’ascolto scorre morbido, disegnando un percorso ideale che se da un lato ci riporta ad esperienze passate, come quelle di Incredibile String Band, Mauro Pagani, Comus, Penguin Cafe Orchestra, i primi Indaco, dall’altro ci proietta verso una dimensione sonora nuova e attuale, perché avulsa dal fattore temporale. La confezione cartonata, illustrata con una splendida opera dell’artista Alberto Martini (1920), è un ulteriore elemento che testimonia la cura e l’attenzione con cui è stato realizzato questo lavoro. Sarà anche per la comunanza geografica, ma il caffè Florian non è poi così lontano…
[WS]

“…Finally, independently and preceding the New York City/Los Angeles/commercial TV music manifestations of un-folk, in 2006 Italian mandolinist/violinist Alessandro Monti released Unfolk, a mostly acoustic collection of musical synthesis in the vein of East-meets-West. It blends actual and pretend ethnic music sort of like John Paul Jones’s mandolin work does on Led Zeppelin’s “Battle Of Evermore” & “Gallows Pole”. It also evokes Celtic jigs much like Kate Bush uses them on her Hounds of Love and Aerial, or John Cale’s amplified viola pretty much for the last four decades on its western side of the ledger, and on its eastern side, the ragas of Indian classical music, Arab music and early Venetian lute.”
[original WIKIPEDIA entry: Un-folk]

La più controversa (con i relativi commenti degli autori): http://www.thesoundprojector.com/2013/05/19/unfolk-live-book/

…e infine una curiosa “doppia recensione” del Buscadero con 2 titoli Diplodisc:

Buscadero sett 2013

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