INTONARUMORI: IERI ED OGGI

Chi l’avrebbe mai detto che Diplodisc e Recommended (il mio cat. preferito di musica creativa) avrebbero un giorno lavorato insieme? Sono davvero felice del risultato, un lavoro durato più di due anni e che finalmente arriva al traguardo. Inutile dire che é stato un vero onore per me.
L’uscita di “Intonarumori: Ieri ed Oggi” é prevista per fine marzo; Chris Cutler puntuale come sempre ha preparato una sottoscrizione a questo indirizzo:
http://www.rermegacorp.com/mm5/merchant.mvc?Screen=PROD&Product_Code=ReR1913%2FDSP02&Store_Code=RM

Eccone il dettaglio:

SUBSCRIPTION OFFER

FRANCO CASAVOLA, CHRIS CUTLER, ANDRZEJ KARPINSKI, SILVIO MIX, ALESSANDRO MONTI, NICK SUDNICK.
Intonarumori: Ieri ed Oggi [£12.50] ReR1913/DSP02

New and old compositions for Luigi Russolo’s legendary Intonarumori. After publishing his visionary manifesto, the Art of Noises, in 1913, the futurist painter Luigi Russolo designed and built a revolutionary family of new instruments with which to compose with noise: black, wooden boxes, fitted with huge acoustic horns, crank-handles (to drive them) and levers (to vary the pitch). They came in different varieties – designed to give composers access to five of what Russolo had identified as ‘the six families of noise’, namely:
1. Roars, Thunderings, Explosions, Hissing roars, Bangs, Booms
2. Whistling, Hissing, Puffing
3. Whispers, Murmurs, Mumbling, Muttering, Gurgling
4 Screeching, Creaking, Rustling, Buzzing, Crackling, Scraping
5. Noises obtained by beating on metals, woods, skins, stones, pottery, etc.
6. Voices of animals and people, Shouts, Screams, Shrieks, Wails, Hoots, Howls, Death rattles, Sobs.
There followed concerts and the obligatory riots – and then war intervened; and although Russolo resumed the project afterwards it was always too extreme for the musical world to adopt, and so Russolo remained until the end of his life, a lone voice in the wilderness. By the end of the Second World War all the surviving instruments had been lost or destroyed. Until, 52 years later, in 1977, the Venice Biennale commissioned early music specialist and instrument builder Piero Verardo to research and reconstruct some of the instruments for their festival. He built twenty different varieties – and seven of these are what made this record possible. Alessandro Monti visited Professor Verardo and recorded a number of demonstrative performances on the reconstructed instruments. He then selected three percussionists: Cutler (from Henry Cow, Art Bears, Cassiber, Pere Ubu…), Karpinski (from Reportaz) and Sudnick (from Zga) to compose pieces for them. They came up with three very different approaches, which are documented here, along with short assembly by Monti himself. Also on this CD are two rare-as-hens-teeth recordings of orchestral works composed using the original instruments in the 1920s, and recorded here for the first time using the reconstructions. Beautifully packaged in a threefold digipack featuring four impressive paintings by Futurist Ivo Pannaggi and an explanatory text.

The subscription edition comes with a very limited numbered reprint of Russolo’s manifesto The Art of Noises, a prophetic and luminous essay that anticipates Cage’s Future of Music: Credo by a quarter of a century.

Expected in March 2020

http://www.rermegacorp.com

LA VERSIONE ORIGINALE IN IT. DEL MANIFESTO DI LUIGI RUSSOLO E’ QUI:
https://unfolkam.wordpress.com/larte-dei-rumori-manifesto/

Alcuni dettagli dalla grafica del cd: opere di Ivo Pannaggi (1901–1981)
(per gentile concessione del Centro Studi Pannaggi)


il costruttore (1926)


astrazione prospettica (1925)


castello dei prigionieri (1941)


funzione architettonica h-o3 (1926)


angoscia (bozzetto gh2 realizzato per il dramma “L’angoscia delle macchine”)


[Andrzej Karpinski in his timeless studio!]

NOTA INTERNA (traduzione Italiana):
«I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme, di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione, quando i socialisti certamente non avevano una concezione altrettanto precisa nel campo della politica e dell’economia, quando i socialisti si sarebbero spaventati (e si vede dallo spavento attuale di molti di essi) al pensiero che bisognava spezzare la macchina del potere borghese nello Stato e nella fabbrica. I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari; in questo campo, come opera creativa, è probabile che la classe operaia non riuscirà per molto tempo a fare di più di quanto hanno fatto i futuristi: quando sostenevano i futuristi, i gruppi operai dimostravano di non spaventarsi della distruzione, sicuri di potere, essi operai, fare poesia, pittura, dramma, come i futuristi, questi operai sostenevano la storicità, la possibilità di una cultura proletaria, creata dagli operai stessi».
(Antonio Gramsci – Socialismo e fascismo. L’Ordine Nuovo.)

Quando uscì il primo Manifesto Futurista nel 1909, il fascismo era ancora un evento lontano e Gramsci era un convinto sostenitore della sua essenza anarcoide e rivoluzionaria; purtroppo dopo gli anni ’20 le cose cambiarono drammaticamente e alla fine prevalse la tendenza Futurista più conservatrice e omologata al regime.

SIMULTANEITA’ FUTURISTA (nota)
“Simultaneità Futurista” é un brano nato all’ultimo minuto per completare l’opera del cd “Intonarumori: Ieri ed Oggi”. Era stato pensato come una variazione moderna dell’Inno Nazionale Italiano e di Va Pensiero di cui conserva alcuni passaggi nascosti, ma é approdato ad una struttura finale in cui il rumore fa da presagio a quella che ritengo sia una conclusione sinistra dell’intera opera; quel suono indistinto e nebuloso che si ripete nel finale annuncia non solo il silenzio della distruzione degli strumenti a causa della guerra, ma anche di tante vite umane… come se qualcosa si interrompesse e venisse dimenticato dallo scorrere del tempo. In origine volevo scriverne la struttura sotto forma di diagramma con i tempi, i ritardi progressivi delle tracce, gli interventi delle citazioni, ecc. Davo per scontato che il primo tentativo sarebbe stato una prova, ma quando ho riascoltato il risultato finale, non c’é stato bisogno di farne una seconda versione. Quindi non ci sono stati calcoli scritti o studi preparatori, ma solo riferimenti visivi approssimativi sullo schermo del computer.

Mentre altre città italiane continuano ad attribuirsi la gloria di essere le uniche patrie dell’arte futurista, organizzando manifestazioni che ben poco hanno dell’originale vena dissacrante e provocatoria, in questo caso Venezia ha organizzato un ciclo di registrazioni di livello internazionale per dare nuova vita agli strumenti perduti. Il successo dell’operazione va attribuito soprattutto al talento e all’entusiasmo degli esecutori provenienti dal Regno Unito, dalla Russia, dalla Polonia e dalla stessa Venezia: a loro il mio più sentito ringraziamento.
A.M.

“INTONARUMORI: IERI ED OGGI” E’ UNA COPRODUZIONE:

Dance In Opposition [new video]

Roberto Noè (aka Bob Brian), musicista e regista ufficiale del progetto, ha firmato uno dei video più straordinari della sua carriera (!) ed il pezzo non poteva essere più lontano dal primo video con Tim Bowness! A mio parere é un mini-capolavoro pop-art in cui é riuscito ad inserire, con un lavoro certosino, tutti gli spunti possibili immaginabili per far riflettere sulla stato attuale della musica; la lavorazione del clip é durata vari mesi tra mille problemi, ma finalmente la versione definitiva é pronta. “Dance In Opposition” é presente nel doppio cd in 3 versioni diverse: un vero lavoro di gruppo, provocatorio ed ambiguo con elementi musicali/testuali provenienti da ogni stile perchè nella filosofia unfolk music is one .
Per chi fosse interessato, il doppio cd é DISPONIBILE ad un prezzo equo in selezionati negozi della vostra zona o direttamente qui:
https://www.gtmusic.it/it/compact-disc/3883-unfolk-file-under-oblivion-2-cd-8001902100876.html
Grazie in anticipo per il sostegno all’interno dello stesso sistema cui si rivolge la critica insita nel testo; il sabotaggio artistico attraverso l’intrattenimento potrebbe essere l’unica via d’uscita da una situazione di sottocultura e abuso di potere che ha anestetizzato il pianeta in modo (quasi) irrimediabile. Sto parlando dell’arte naturalmente… ma anche di aspetti ben più gravi come il clima.
MP& Records ci ha lasciato tutta la libertà possibile e a loro va un ringraziamento speciale.
A.M.

SUL CONCETTO DI “VISUALIZZAZIONE”

Non passa giorno che al Telegiornale non si parli delle innumerevoli sbalorditive “visualizzazioni” dell’ultimo pseudoartista di turno, come se la musica fosse ormai ridotta a mera finzione video, un mordi e fuggi da smartphone, un inutile sforzo senza senso. I grandi esperti di musica e spettacolo dei notiziari, inebriati dall’ultimo gergo alla moda, dedicano ampi spazi ai più inutili personaggi e vogliono farci credere che il termine “visualizzazione” corrisponda al nuovo traguardo, sostituendo così l’obsoleto termine “vendita”, ormai sparito sia dal concetto fisico che da quello di download… dal momento che tutto é servito su un piatto d’argento da google e dai suoi files “auto-generati”. Più “visualizzazioni” hai più sei arrivato, ma arrivato dove? Il concetto di “vendita” non viene più nemmeno preso in considerazione, sembra che tutti siano inermi di fronte a un simile fenomeno; le eccitanti “views” stanno gradualmente e sistematicamente sostituendo il normale rapporto equo di produzione/fruizione tra artista/utente. Ma proprio qui sta il paradosso: se il termine “vendita” un tempo era sinonimo di musica commerciale, oggi diventa a mio parere la bandiera alternativa da sventolare ai 4 venti: la prova di un corretto rapporto tra produttore e fruitore. Come non vedere che tutto é abilmente studiato per riuscire a catturare sempre più utenti e realizzare la sottomissione al nuovo mezzo digitale? Sembra uno scherzo o una moda come un’altra ma é molto, molto di più, un riflesso di una trasformazione sociale molto seria. Tale terminolgia alla moda, ostentata quasi a sfidare tutti coloro che non si adeguano ai tempi, non denota affatto modernità o evoluzione, ma solo un assenza di capacità critica e di analisi dei fenomeni culturali: proprio questo é il fulcro del progetto, cioè togliere di mezzo ogni idea creativa e autonoma riguardo all’arte. Così a guadagnarci non sono più gli artisti o gli editori, ma google e le compagnie telefoniche che passano come un bulldozer sul diritto d’autore e sugli stessi artisti, privilegiando campi più redditizi della futile musica. Quali interessi si celano dunque sotto tali pratiche? Tutti attendono una risposta che é lontana dall’essere formulata, ma facilmente immaginabile ad un attenta lettura. I fautori del free download avevano iniziato l’opera anni fa, incuranti di cosa avrebbe portato, consentendo ai colossi di internet di appropriarsi di tutto il possibile… in fondo era questo quello che volevano, no?

In sintesi: é così dunque che si misurano oggi il valore e lo spessore di un artista? E’ bene ribadire ancora una volta che le visualizzazioni non sono traguardi, ma semplicemente dei veloci passaggi che non contano nulla e sono spesso interrotti dallo stesso utente che non sa più nemmeno cosa significhi ascoltare un intero pezzo (figuramoci un album!). Tali “views” portano infatti solo una sorta di notorietà fittizia nel web ingigantita dalla falsa informazione dei vari notiziari, telegiornali, social networks e talent shows… anch’essi parte del grande progetto.

Dal punto di vista artistico l’uso banale dei video ha portato ad una vera e propria crisi del mezzo stesso, un tempo interessante forma espressiva come una sorta di “televisione alternativa” e orientata ad un concetto multimediale dell’arte che oggi sembra aver perso ogni significato, ingabbiato dalla sottocutura dai miraggi dell’affermazione personale e del successo.

Resto dell’opinione che essere presenti in rete oggi può essere solo un riferimento per chi cerca qualche notizia su un autore o su un lavoro fisico, ma che il tutto risulta sempre più dispersivo e deprimente… é davvero impossibile orientarsi in un mare di pagine futili, pubblicità fuorvianti, false notizie, siti civetta e pagine che si aprono senza il nostro consenso: questo modo di “promuovere” la musica é un gatto che si morde la coda in un circolo vizioso che punta all’esatto contrario: essere fagocitati dal sistema capitalistico, oppressi, fottuti.

E allora arrendiamoci all’evidenza senza disperare perchè esiste una soluzione per chi continua a produrre dischi: la “visibilità” degli stessi attraverso concerti, showcases, fiere, mercatini e mostre per appassionati. Ovviamente sta a tutti noi diffondere la controinformazione e la vera cultura musicale e letteraria. Dare tutto per scontato non va bene: é ora di dimenticare le visualizzazioni e lavorare per far conoscere e vendere i nostri lavori nella vita reale: solo così si tornerà ad ascoltare veramente e ad un corretto rapporto produttore/fruitore, cosa che é stata gradualmente smantellata da un invisibile e sapiente Burattinaio. Forse alcuni ricorderanno che avevo intuito molti anni fa l’inizio di questa nuova era di falsa libertà attraverso l’uso indiscriminato del free download e la romantica idea dei creative commons: un mio vecchio intervento nei socials aveva scatenato un vespaio… non mi sbagliavo, ma il tutto é andato ben oltre a mia immaginazione.

A.M.

UN’IMPORTANTE TESTIMONIANZA

Tim Bowness, cantante ed esperto di distribuzione indipendente, mi ha inviato questo prezioso contributo sullo stato attuale della musica (alla fine cliccare sul link per leggere l’intera intervista):

It’s clear the streaming companies have absolutely no interest in the livelihoods of musicians. As we’ve seen, they are willing to stoop to legal action to keep royalty rates as low as possible. Why are only a small percentage of musicians are willing to express their outrage at this reality?

That I can’t explain.
For reasons I’m happy to go into, I find streaming a little inadequate as a means of experiencing music, though I completely understand why people use and like it. More importantly, I think that if it does become the sole future for music, it would mean the fall of many independent music labels, the loss of even more music industry jobs, and the almost total disappearance of income for most musicians—especially non-mainstream artists who are already finding things tough.
What the digital companies pay for streams is pitiful and what little they pay is filtered through aggregators, collection agencies or labels. For context, to break even on one of my relatively inexpensive albums, I’d probably need to generate 5,000,000-plus streams, which is unlikely.
While musicians have sleepwalked into allowing their work to be sold for virtually nothing in the digital world, the publishing, TV and film industries have managed to protect their “talent” from being exploited. With films, despite the triumph of streaming and the collapse of DVD and Blu-ray sales, there’s been an increase in cinema attendances. For instance, 2018 was the best in 48 years in the UK. Additionally, Netflix and Amazon pay the going rate, if not more, to create their own content and also pay decent licensing fees for other programs and movies. I’m not sure why there isn’t a decently-funded Amazon or Spotify music label equivalent of a Netflix Original.
The book as an object is still attractive to readers. I don’t know what’s happening elsewhere, but physical book sales in the UK are still strong and stores such as Waterstones are one of the only success stories on the British High Street. Also bear in mind that Kindle prices aren’t that far off book prices and offer more royalties for the authors. If a Kindle sale is equal to an album download, there is no streaming equivalent for books.
The important thing is that the film, TV and publishing companies still seem to place a value on content, artists and the unsung technicians and editors that help bring these things to life.
Unfortunately, it does appear that the remaining major labels are actively trying to kill physical music media, much as they tried to do with vinyl in the early 1990s. We’re lucky in the UK with HMV still surviving and a healthy number of decent independent record stores keeping afloat, but in the US there doesn’t seem to be a major retail outlet selling CDs or LPs, and globally the death of the CD is being hastened by cars and computers no longer having disc drives and electronics stores stopping selling CD players.
For the major labels, who have decades of back catalog to offer digital platforms, no physical media will mean costs are down as they no longer need product manufactured, warehouses to store the product in, staff to run the warehouses and so on. Digital marketing, data uploaders and influential playlist placement are the growth areas.
Profits from streaming are filtering through to major labels, label shareholders, digital music companies, and mobile phone and Internet providers. Whether by accident or design, corporate control is stronger than it ever was and musicians in general earn less than they ever did. This doesn’t take into consideration engineers, producers and music studios, which also face massive pressure from home studios and reduced recording budgets. The diminishing number of audio experts are also being devalued in this environment.
Burning Shed deals with some artists, both well-known and obscure, whose business models revolve around releasing two or three albums a year, pressing a thousand or more CDs of each release, and subsequently selling them online and at concerts. It’s not a path to wealth, but it provides enough of an income for them to keep doing what they do. Vinyl is very expensive to manufacture and not guaranteed to sell, so if CDs died, an income solely derived from streams of a few thousand would necessitate these artists having to give up or just do what they do as a hobby.
I also feel that streaming is destroying good listening habits, and partly as a result of that, negatively impacting on the nature of music creation itself. The format is immediate, disposable and, above all, convenient. The appeal is obvious, but evidence suggests that the average listener has become more like an A&R person and gives a song only a few seconds to impress them.
When you invest in an album or single, you tend to give it time. I personally enjoy the immersive ritual of losing myself in music while poring over the credits and artwork on gatefold LP or digipak CD, and I find that if I don’t immediately like something, I’ll give it a few more chances due to that investment. Some of my favorite music I initially hated and even if I continued to hate something, I found I’d learned something about my tastes on the repeat listens. For some people it will be different of course, but in general I don’t think streaming encourages deep listening.
I use streaming and YouTube purely to see if I like something and want to buy it. As a packaging junkie, one of my great frustrations is that expanded artwork and detailed information, sometimes including correct release years, are pretty much non-existent via streaming platforms.
Outside of this, the number of financially equivalent streams to physical sales in the album chart is too low, by about half in relation to CD and double that again in relation to LPs. The top-100 UK singles chart is now 100% stream dominated, and the album chart is following suit with 60%-70% of entries now determined by streams. Partly as a result of this, we have the least musically diverse and most static charts in living memory. Charts are vanity, but they also dictate what gets radio and TV plays and mainstream media attention, so they remain important.
Fans don’t owe musicians a living, but I think the realities of what the digital era is doing to music should be discussed more openly. Most listeners don’t care how the music they like is made and what it costs to make it, and why would they?
The problem is that while streaming may have enhanced the visual entertainment industry, and so far bypassed the publishing industry, it’s laying waste to all but a few big companies and mainstream artists in the music world. Maybe it’s all part of a process and the sort of music I like and make are on their way out like the silent movies, but I still feel there’s a very strong public interest in all kinds of music and I think it’s something worth fighting for.
A simple question to ask is: is it right that streaming platforms and mobile phone companies do better out of music streams than the musicians themselves? It’s as if in the age of vinyl, the manufacturing plants and plastic companies were making a fortune while the musicians busked on the streets for pennies.
I’ll stop here, but needless to say I think it would be a great shame if physical music media disappeared altogether and I believe the ramifications of a streaming-only future based on the current business models will mark the end of many careers, strengthen corporate influence, and mean less interesting and less diverse music being made.

[…]

What advice do you have for artists to attempt to monetize recordings in the current environment?

Maybe it’s as it should be, but if I were to start now, I’m not sure I’d know what to do. It was difficult in the 1980s and 1990s when only around 0.1% of aspiring musicians ever made it to releasing something properly, but it’s even more difficult now.
There will always be big new mainstream artists, and some of them will be interesting. There will always be music used in film and television. And the justifiably legendary likes of Pink Floyd, The Beatles, Radiohead, Prince, and Marvin Gaye will likely thrive in perpetuity due to the cultural impact they’ve already made.
For new or lesser-known non-mainstream musicians, I’m not sure how they’d go about gaining a significant foothold in the new world order, but nothing’s impossible.
New ethical streaming companies could emerge. The existing ones could suddenly see what they’re doing isn’t fair, form labels and pay more. The public could learn to love music packaging again—much as it fell back in love with the book. The album as app—something I’ve had in mind for a decade or so—could emerge as a serious income provider. The more Internet speeds increase, device memories expand, and programming expertise spreads, the more it could become an everyday reality.
My current advice is to go against what prevails. Create the most beautiful, lavish and ambitious music and artwork you can and provide an experience that the streaming platforms can’t.

Tell me something positive about being a recording artist in 2019.

Despite all the above, it’s still a thrill being able to make music. From writing and completing songs to seeing the final release, it remains exciting and emotionally fulfilling to me.
Improved home studio technology has made creating high-quality work far easier and while sometimes feeling like a Pandora’s Box that should never have been opened, the Internet has brought fans and musicians closer together and enabled different ways for musicians to successfully work outside of the industry mainstream.
Technology moves on. Attitudes change. Nothing is ever guaranteed.

Tim Bowness – Instinctual reality by Anil Prasad
Copyright © 2019 Anil Prasad. All rights reserved.

Read the full interview at:
https://www.innerviews.org/inner/tim-bowness?fbclid=IwAR2SgBbQcwT2woTWRzj90-FaJRN1EM3QWggWdPnMfO9HxjTWNtdYO1SL6Zo