INTERVENTI MUSICALI SUL WEB

Molti degli articoli che negli anni avevo scritto e pensato per il web sono purtroppo andati perduti, come pure alcune bozze che dovevano far parte di un libro di “impressioni di ascolto”, un progetto poi abbandonato sui soggetti più disparati; tra questi ricordo un’analisi della Relativity Suite di Don Cherry, una guida all’ascolto della prima sinfonia di Alfred Schnittke, un intervento sulla cosiddetta “doom trilogy” di Neil Young, un approfondimento dell’opera postuma di Angus Maclise, un excursus sulle “Messe rock” e una sorta di discografia consigliata del “drum ‘n’ bass”. Chissà se un giorno avrò il tempo e la voglia di riscriverli! Sono sopravvissuti però un paio di articoli grazie al blog “Chitarre e dintorni” per il quale erano originariamente stati scritti nel 2010: eccoli completi:
 
 

TERJE RYPDAL:
http://chitarraedintorni.blogspot.it/2010/10/il-canto-del-gabbiano-norvegese-gli.html

IL CANTO DEL GABBIANO NORVEGESE gli anni classici di Terje Rypdal
Parlare di un chitarrista e compositore come Terje Rypdal é impresa ardua e significa tracciare una vasta prospettiva di quello che é stata (ed é) la musica progressiva europea. La scarsa visibilità del personaggio, sia live che in rete, ne fanno uno dei grandi musicisti di culto di questi anni, sempre in bilico tra l’idea del chitarrista rock/jazz e il compositore colto ma che raramente ha avuto i riscontri che merita. Desidero, in questi miei appunti sparsi, approfondire l’aspetto musicale focalizzando la mia analisi soprattutto sui primi anni (gli anni “classici”) e su alcune uscite successive, senza dare troppi cenni biografici: a questo pensa Wikipedia dove appare una discografia di 80 albums, una mole semplicemente impressionante di uscite (tra dischi a proprio nome e collaborazioni) che da sola giustificherebbe l’ascesa ad un improbabile Olimpo della chitarra, ma non é così… Rypdal é ancora un musicista di culto. Il suo stile volutamente evasivo lo ha portato a cercare sempre nuove strade e soluzioni incrociando gli stili più diversi e spesso disorientando l’ascoltatore: che si può dire di un compositore ed esecutore che alterna free jazz, composizioni orchestrali, collaborazioni heavy metal, elettroniche e via dicendo? Nella sua musica le influenze dei primi anni (The Shadows, Jimi Hendrix, Jeff Beck) si incrociano con quelle jazz degli anni della ricerca (Miles Davis, il free jazz), con quelle classiche dei suoi studi (avvicinabili a Sibelius, Sallinen, Part) arrivando perfino a pubblicare una recente trilogia di electro-metal con il chitarrista Ronni LeTekro; tutti questi diversi aspetti della sua musica ne fanno un compositore/esecutore completo in ogni suo aspetto. Soltanto Frank Zappa ha saputo eguagliare lo spettro di interessi musicali di Terje Rypdal, ma quest’ultimo é conosciuto solo dagli addetti ai lavori o dagli appassionati.
Dopo gli esordi con i misconosciuti VANGUARDS influenzati dagli Shadows (Hank Marvin é la prima vera influenza di Rypdal) e gli psichedelici THE DREAM (Get Dreamy 1967), Terje Rypdal assieme al collega Jan Garbarek entra subito in un giro jazz grazie all’interesse del grande arrangiatore George Russell (all’epoca residente in Scandinavia) che vuole il loro gruppo norvegese al completo in una serie di incisioni che vedranno la luce anni dopo nei dischi “Electronic Sonata for Souls Loved by Nature”, “Trip to Prillarguri” e “Listen To The Silence”, nonché nel consigliato “The Essence Of George Russell” (Soul Note, 1983). La citata “Electronic Sonata…” un classico dell’avanguardia jazz i quell’epoca, é un incisione del 1966/67 commissionata dalla Radio Svedese, davvero straordinaria se si pensa alla provenienza di Rypdal. Ma la sua preparazione “accademica” (Conservatorio) gli permette di poter spaziare nei generi mantenedo però una personale idea di ricerca; così la prima uscita ufficiale come solista é l’album “Bleak House” (Polydor/Universal1968) dove il suo stile é già praticamente presente, anche se un po’ immaturo. Il disco, realizzato con una big band, di cui fanno parte anche Jan Garbarek e Jon Christensen del futuro gruppo “storico”, é un caleidoscopio di pietrine luminose, tutte diverse. Se i brani “Dead Man’s Tale” e “A Feeling Of Harmony” sono orecchiabili esempi di elegante pop rock fine anni 60 (in cui peraltro Rypdal si esibisce anche al canto, cosa più unica che rara), le composizioni “Wes” e “Bleak House” sono invece affreschi orchestrali decisamente influenzati dall’esperienza con George Russell e che evidenziano un sempre crescente interesse verso il jazz, cosa che di lì a poco sfocierà nella creazione del grande quartetto con Garbarek, Christensen e Andersen. Ma i brani più intessanti sono “Winter Serenade”, una sorta di improvvisazione free strutturata con una spazialità davvero innovativa e con quel gusto glaciale che caratterizzerà le sue opere future; e “Sonority” un gran pezzo aperto (con Rypdal alla chitarra e al flauto) talmente moderno che potrebbe essere attuale oggi e che sembra anticipare molto di quell’ambient/cool jazz che ha spopolato tra i DJ’s e gli appassionati dalla fine degli anni 90 ad oggi.
Così in quei mesi di fermento l’idea di un jazz libero ed esplorativo bussava sempre più insistentemente alla porta tanto da far nascere immediatamente il nuovo gruppo con Jan Garbarek (sax e flauto), Arild Andersen (contrabbasso), Jon Christensen (batteria) nonché Terje Rypdal alla chitarra. L’uso di questo strumento da parte di Rypdal é decisamente insolito, infatti usa principalmente una chitarra elettrica Rickenbacker dal suono tipicamente rock ma con una regolazione aspra e secca che unita ad accordi davvero inconsueti, crea armonie molto originali; pochi avevano pensato a quello strumento al di fuori del contesto rock, ma Roger McGuinn (Byrds) aveva insegnato un paio d’anni prima come potesse essere versatile: il suo assolo alla 12 corde Rickenbacker in Eight Miles High (da 5th Dimension del 1966), una specie di free-raga, fa ormai parte della storia del rock. Quando esce “Esoteric Circle” (Freedom 1969) il Jan Garbarek Quartet é la realtà più straordinaria della scena euro-jazz e la produzione prestigiosa di George Russell lo dimostra; i tre dischi complessivamente realizzati dal gruppo sono da ritenersi essenziali nell’evoluzione di un nuovo Euro-jazz influenzato da quello afroamericano, ma anche da una differente cultura “colta” che dirige lo stile verso un’altra direzione: un esempio di vera e propria musica progressiva europea delineata da un suono scarno ma molto efficace. Quelle prime incisioni, soprattutto quelle per la ECM, fanno tutt’ora impallidire il resto di quel prestigioso catalogo tanto sono innovative e visionarie: provate a mettere a confronto ad esempio il pigro Jan Garbarek degli anni recenti con il giovane esploratore di suoni per credere! Insomma Garbarek, Rypdal, Andersen, Christensen (e successivamente Bobo Stenson) lasceranno una traccia indelebile in tutto il panorama di quegli anni. L’influenza di Coltrane e Ayler é tangibile (soprattutto nel sax) ma qualcosa di glaciale si muove in sottofondo e la chitarra di Rypdal disegna trame elettriche uniche. Anche i dischi successivi a Esoteric Circle cioè “Afric Pepperbird” (ECM 1970) e “Sart” (ECM 1971, in quintetto con Bobo Stenson) ampliano ulteriormente il linguaggio arrivando a risultati sorprendenti. Non dimenticherò mai l’effetto che Sart ebbe su di me quindicenne al primo ascolto! In quel disco appariva un brano di Rypdal “Lontano” che per la prima volta estendeva il linguaggio della chitarra a pura sonorità spaziale, stridii elettrici con echi inconsueti per un disco di jazz… quel pezzo anticipa la ricerca sonora del suo primo lavoro solista, ma prima esce un pazzesco disco in trio con Bjørnar Andresen (basso) ed Espen Rud (drums) unica prova del gruppo “Min Bul” (Universal Norway 1970). Dopo un pezzo free furioso Rypdal sfodera alcuni brani straordinari tra i quali spiccano gli 11 minuti di “Champagne Of Course” dove, sopra un riff di basso ostinato, sfodera tutto il possibile caos organizzato che la sua mente può immaginare: distorsioni rock alla Hendrix, wah wah funk jazz e dissonanze al limite del feedback: un brano memorabile. Il disco alterna poi sprazzi più riflessivi ed escursioni in certo jazz-rock europeo dell’epoca (soprattutto in quel territorio affine ai Nucleus di Ian Carr) ma é certamente influenzato dall’approccio free della Music Improvisation Company di Derek Bailey e da alcuni musicisti europei (giro dell’etichetta FMP e Globe Unity).
Ma quel suo tipico approccio rock non é proprio definibile e porta il jazz altrove: nella sua prima prova ufficiale per ECM “Terje Rypdal” (1971) la musica si fa raffinata e l’orchestrazione quasi sinfonica, echi dei grandi compositori nordici si intersecano con le atmosfere Davisiane di In A Silent Way & Bitches Brew, dischi influenti e imprescindibili ieri e oggi. A colpire però sono proprio quelle atmosfere aeree create dall’oboe e dall’archetto del contrabbasso che colorano in modo impressionistico una tavolozza ricchissima di sfumature. Il medley iniziale di “Keep It Like That – Tight” é il manifesto di quella musica nuova e suggestiva fatta di colori pastello tenui ma anche di impennate elettriche inaspettate. Se da un lato gli strumenti usati (soprattutto il sax di Garbarek e il Rhodes di Bobo Stenson) fanno vagamente pensare a certe atmosfere alla Weather Report, la musica resta sempre molto personale e non scade nemmeno per un attimo in quel jazz-rock di maniera che tanto andava di moda in quel momento. Il senso della “spazialità” é la caratteristica più evidente della musica di Terje Rypdal, ancora fresca e non inflazionata da quel noioso suono ECM (un po’ prefabbricato) che invaderà in modo artificioso ogni registrazione dell’etichetta tedesca. Si ha una sensazione di infinito, quasi un perdersi in un orizzonte lontano… e “Lontano II” appunto é la continuazione della prima composizione apparsa su Sart mentre i riferimenti al mondo amato del rock contemporaneo sono evidenti in “Electric Fantasy” dove l’uso della voce femminile e l’arrangiamento generale ricordano molto “Formentera Lady”, brano contemporaneo dei King Crimson (Islands, 1971). Nel corso di questo primo album le parti solistiche della chitarra sono talmente equilibrate ed essenziali da far pensare ad un lavoro d’ensemble e non al primo disco solista di un chitarrista; l’ego sembra stemperarsi con grande intelligenza nel suono generale. Ma il riff roccheggiante di “Tough Enough” alla fine (spesso usato da Rypdal come bis in concerto) é troppo bello per essere vero e chiude magnificamente una prova davvero esemplare, che pur continuando il linguaggio iniziato con il gruppo di Garbarek approda in territori nuovi. Inoltre nel corso del disco si assiste alla nascita del nuovo stile embrionale di Rypdal, quelle caratteristiche note lunghe e intense che hanno l’effetto di urla di gabbiani in volo, un suono molto evocativo: i suoi interventi da secchi e rapidi diventano gradualmente dilatati e sostenuti.
Ma la vera evoluzione si ascolta nella stupenda serie di dischi successivi: “What Comes After”, “Whenever I Seem To Be Far Away”, il doppio “Odyssey”, questo gruppo di dischi chiude il periodo della formazione stilistica di Rypdal e costituisce un vero e proprio tesoro chitarristico. Nel frattempo Terje Rypdal é uno dei più richiesti solisti nei vari ambiti di confine tra il jazz e il rock, partecipa ad innumerevoli incisioni (spesso live) inserendosi in ensembles molto diversi; degni di nota sono soprattutto il bellissimo doppio “New Violin Summit” (Basf/MPS 1971) diretto da Jean Luc Ponty con Don “Sugar cane” Harris e Robert Wyatt (appena uscito dai Soft Machine) dove appare un suo brano inedito di musica spaziale “Horizons”, assieme ad un gran bel disco solo di Don Sugarcane Harris “Got The Blues” (sempre su Basf 1971), partecipa inoltre ad un concerto per orchestra e gruppo con musiche di Krzystof Penderecki e brani di Don Cherry “Actions” (Wergo 1971) oltre ad un esperimento tutto norvegese “Popofoni” (Sonet 1971), per il quale scrive il brano “Episode” dalle atmosfere quasi Braxtoniane accompagnato dal quintetto di Garbarek al completo. Nello stesso anno di una bella collaborazione con il gruppo di John Surman “Morning Glory” (Island 1973) esce “What Comes After” (ECM 1973): é il secondo vero album a suo nome registrato assieme ad una formazione quasi del tutto rinnovata: olre a Rypdal (chitarre e flauti), ci sono Barre Phillips al contrabbasso, Erik Niord Larsen all’oboe e corno inglese, il fido Jon Christensen alle percussioni e all’organo, più un bassisita elettrico aggiunto Sveinung Hovensjø. Una diversa formazione a due bassi (uno acustico, l’altro elettrico) era già stata sperimentata nel suo primo album e aveva dato degli eccellenti risultati, ma sicuramente non si potevano intuire i luminosi sviluppi di questo disco; “cosa viene dopo” dice il titolo, ed effettivamente la sensazione che si riceve dall’ascolto é ancora di una musica proiettata nel futuro, quel “dopo” era effettivamente un dopo in senso immediatamente successivo al primo Lp, ma anche un dopo astratto che poteva essere un’ipotetico futuro del jazz elettrico. La sua strada sonora comunque (rappresentata anche sulla copertina), in un momento particolarmente denso di grandi uscite discografiche come i primi anni 70, sembra unica ed originale. Il disco é da ricordare come uno degli episodi più riusciti di un chitarrista e ha avuto, a mio parere, lo stesso impatto dei primi lavori di John McLaughlin o Larry Coryell, con la differenza che qui non si punta sulla velocità estrema o su prodigi tecnici (per quanto, in entrambi i casi, uniti ad una geniale abilità), ma ad una ricerca di atmosfere completamente dversa: qui lo spazio sonoro e il silenzio sono elementi da esplorare.
Ma “What Comes After” é un capitolo memorabile soprattutto per la musica d’assieme: raramente un gruppo che lavora in supporto ad un solista é così equilibrato e le composizioni sono arricchite da arrangiamenti minimalisti e quasi cameristici (“Sejours”) o semiacustici (“Yearning”, “Back Of J.”). Il contributo compositivo di Barre Phillips é eccezionale e il suo uso dell’archetto con eco lascia il segno nel corso dei brani. La scelta di accordi, particolarmente scarni e glaciali (un brano si chiama “Icing”), e le armonie inusuali sono caratteristiche uniche del chitarrista e lasciano stupefatti anche a distanza di così tanti anni; ricordo ancora la prima esperienza di ascolto di questo disco nel corso di un “Per Voi Giovani” alla Radio, era musica che non aveva paragoni e che costituiva uno dei migliori esempi di chitarra “progressive” nel vero senso della parola. Quel disco é un’opera essenziale nello sviluppo dell’intero linguaggio chitarristico, non solo europeo. Pochi dischi riescono ad essere altrettanto creativi in quel momento, ma vorrei citare almeno due classici: “Guitar Solos” di Fred Frith e l’anno successivo “Guitars” di Philip Catherine. La collaborazione con il contrabbassista Barre Phillips continuerà nel 1978 con “Three Day Moon”, stupenda jam (chitarra, contrabbasso, sintetizzatore, tabla) dalle atmosfere quasi West Coast
In “Whenever I Seem To Be Far Away” (ECM 1974) il collegamento con il rock progressivo di quegli anni si fa sentire per la presenza stabile del mellotron in formazione (Pete Knutsen): le tre composizioni hanno un sapore fortemente orchestrale. Il primo lato é occupato da due lunghe tracce “Silver Bird Is Heading For The Sun” e “The Hunt” con la chitarra in primo piano circondata da uno strumento inconsueto come il corno francese (Odd Ulleberg) che intreccia i temi con le sonorità distorte del chitarrista. Ma é proprio il mellotron a definire il suono generale con un’atmosfera a tratti non distante dai King Crimson di “Larks’ Tongues In Aspic”, che in effetti collegava la scena rock con l’improvvisazione (Jamie Muir proveniva dalla Music Improvisation Company). L’intero secondo lato é occupato dalla title track, un brano per chitarra e archi che rappresenta la prima vera e propria escursione in quel territorio colto e sinfonico che sarà sempre frequentato da Rypdal parallelamente alla sua normale attività di gruppo. Le affinità con i lavori orchestrali di David Bedford e Mike Oldfield sono tante (soprattutto gli estratti citati nelle “Collaborations” dell’album antologico “Boxed”); comunque le influenze della musica nordica sono molto presenti e non danno adito ad equivoci di alcun genere: Rypdal é tanto innamorato della musica classica quanto del rock e del jazz. Non gli piace certo essere classificato solo come chitarrista e dato che Manfred Eicher (il boss dell’ECM) gli offre l’opportunità, ha la ferma intenzione di sperimentare in tutte le direzioni.
“Odyssey” (ECM 1975) é il suo capolavoro che chiude idealmente la prima fase della sua carriera discografica. E’ un doppio album (vincitore quell’anno anche del premio della critica tedesca) in cui lo spettro della sua musica si arricchisce di nuove possibilità, ma che nella scandalosa e inspiegabile versione digitale (sia su singolo cd che in download) omette il brano più interessante “Rolling Stone”, una maratona di un’intera facciata in cui lo stile aperto del chitarrista risplende in tutta la sua bellezza e creatività. Perchè la ristampa in cd abbia escluso quello stupendo brano non ci é dato di sapere (un doppio cd era la cosa più ovvia), ma é certo che acquistare l’album originale (ancora reperibile second-hand) sia l’unica possibilità per avere l’immagine completa del lavoro. E’ curioso notare che la stessa “Rolling Stone” appare anche, in una versione dimezzata, nel disco dal vivo “1. New Jazz Festival – Hamburg 1975″ (Polydor 1975) a conferma anche del potenziale live del brano e dell’intensa attività concertistica dell’Odyssey Band” ora ampliata dall’ingresso stabile di un organo (Brynjulf Blix) e un trombone (Torbjørn Sunde). Che il gruppo andasse in giro per l’Europa a suonare si vede anche dalla bella foto di copertina dove lo stesso Rypdal (che per la prima volta compare in foto) sta seduto sul retro di un classico furgoncino da tour con una strana Fender in mano, ancora uno strumento anomalo per un jazzista! Oltre alla citata “Rolling Stone” l’album contiene dilatate fantasie elettriche (“Darkness Falls”, “Over Birkerot”) e lente ballate del nord (“Adagio”, “Better Off Without You”, “Ballade”) sottolineate da un organo che ricorda molto il suono che Miles Davis usa proprio in quegli anni sul bellissimo preludio di Get Up With It (“He Loved Him Madly”). Si può affermare che tutta la poetica di Terje Rypdal sia racchiusa in questo splendido doppio Lp.
Così dopo tutto il fermento degli ultimi anni sente il bisogno di fermarsi e riflettere: “After The Rain” (ECM 1976) é l’album più vicino al pop-rock che l’etichetta tedesca abbia pubblicato fino a quel momento; é pervaso da una sorta di strano romanticismo bucolico e l’immagine della collina verde in copertina ne é la prova: Il materiale é molto vicino all’approccio di due polistrumentisti quali Mike Oldfield o Bo Hansson. Rypdal vi suona tutto da solo con la sola voce di Inger Lise Rypdal a disegnare paesaggi con tenui colori pastello e sembra davvero che il mondo del pop sia sempre più vicino. Nel corso dello stesso anno infatti collabora ad un interessante progetto del trombettista e compositore Michael Mantler, “The Hapless Child” (WATT 1976) assieme a Robert Wyatt, Carla Bley, Steve Swallow e Jack DeJohnette registrando addirittura negli studi di Nick Mason (Pink Floyd). Il disco é un bellissimo esempio di musica scritta su testi già esistenti del grande disegnatore Edward Gorey, le cui tavole sono state pubblicate anche da noi in un libro della Milano Libri Edizioni (“Trilogia”) nonchè in un secondo volume della BUR. La chitarra distorta di Rypdal, qui in veste di puro esecutore delle partiture di Mantler, é particolarmente funzionale ai brani, e fornisce una perfetta contrapposizione melodica alle declamazioni surreali di Wyatt.
Negli anni 1978-81 prosegue la sua avventura solista incidendo due volumi con un il trio denominato Rypdal/Vitous/DeJohnette (l’omonimo del 1978 e “To Be Continued” del 1981) e con alcuni musicisti fissi tra cui il trombettista Palle Mikkelborg in “Waves” (ECM 1978): la collaborazione con quest’ultimo sarà molto intensa sia live che in studio e ci regalerà anche il suggestivo “Descendre” (ECM 1980) con un’altra variante in trio Rypdal/Mikkelborg/Christensen, disco piacevole e arioso con la tromba a duettare con chitarra e tastiere. Ma la vera sorpresa arriva nel 1984 con “Eos”, fantastico duo con il violoncellista David Darling: gli echi del cello elettrico si sommano alle nuove timbriche della chitarra Casio di Rypdal ricamando trame elettroniche indefinibili. Negli anni successivi Rypdal suonerà sempre più elettrico arrivando a formare un vero e proprio “power trio”, The Chasers con Bjorn Kyellemyr al basso e Audun Kleive alla batteria (“Chaser” 1985, “Blue” 1987, parti di “The Singles Collection” 1989 e “If Mountains Could Sing” 1995), e perfino a collaborare con il giovane chitarrista metal Ronni LeTekro (TNT) che lo aveva riconosciuto come ispiratore e maestro. Con quest’ultimo incide tre album sorprendenti per fantasia ed energia (“Rypdal & Tekro”, “Rypdal & Tekro II”, “The Radiosong” e parti del “Double Concerto” 2000), contribuendo a scrivere anche il disco solo di LeTekro “Magica Lanterna”: Rypdal viene ispirato dalla tecnica straordinaria del collega definita “machine gun” e offre alcuni dei momenti più entusiasmanti della sua carriera in una sorta di continua contaminazione tra rock, elettronica e musica classica; questi dischi sono ora di difficile reperibilità ma sono consigliati caldamente da tutti coloro che vogliono ascoltare fino a dove si é spinta l’audacia senza confini di Rypdal. Infine nella frenetica attività di “collaboratore” (Nordic Quartet, Ketil Bjørnstad, Markus Stockhausen, Michael Galasso, Supersilent) vorrei segnalare un’ottima prova relativamente recente: “Skywards” (ECM 1997) realizzata con l’aiuto di un batterista italiano tal Paolo Vinaccia che, nel corso di una rara performance con Terje Rypdal alla RAI (Roxy Bar con Red Ronnie) ha rivelato di essersi recato in Norvegia per una battuta di pesca, e di non esser più tornato a casa: almeno per la musica ha fatto un’ottima scelta…!
(pubblicato sul blog “http://chitarraedintorni.blogspot.it ottobre 2010)
 
 

 
 

JAMES BLOOD ULMER:
http://chitarraedintorni.blogspot.it/2010/11/james-blood-ulmer-una-retrospettiva-di.html

JAMES ‘BLOOD’ ULMER: una retrospettiva
Il motto dell’Art Ensemble Of Chicago, formazione chiave dell’avant jazz, era “Great Black Music, ancient to the future” e nulla potrebbe spiegare meglio lo stile e il genio di James “Blood” Ulmer (o più semplicemente “Blood” com’era scritto su un Lp), uno dei giganti della chitarra elettrica attualmente sulla scena. Anche se negli ultimi anni il suo stile si é avvicinato di più al blues delle origini tutta la sua prima produzione é oggi d’importanza monumentale. Se il blues é stato probabilmente anche il punto di partenza della sua evoluzione, l’ascolto di Kenny Burrell e Grant Green ha certamente dato una svolta alla sua vita di chitarrista ma é stato l’incontro con Ornette Coleman che ha portato il più grande “wind of change” nel suo stile e nel suo approccio al materiale musicale. La fantomatica “Harmolodic theory” di Ornette, pur essendo ancora incomprensibile a molti (Derek Bailey diceva di non aver mai capito cosa volesse dire) ha portato però succosi frutti un po’ ovunque: nell’opera del suo creatore ad esempio, sono nati alcuni dischi memorabili (“Body Meta”, “In All Languages”, “Tone Dialing”) e nelle opere dei membri della sua band come Jamaladeen Tacuma (“Show Stopper”, “Renaissance Man”) e naturalmente nei dischi del nostro Blood. Secondo la teoria “armolodica” la composizione dev’essere liberata da un preciso centro tonale portando armonia, melodia e movimento ritmico in condizione paritaria: l’effetto é quello di un magma sonoro in continua ebollizione, un torrente in piena, un caleidoscopio di colori che appare all’orecchio decisamente più organizzato del free jazz. Nella teoria armolodica, le regole tradizionali scompaiono e la musica non é più intrappolata in quella classica costruzione che a mio parere ha decretato la fine del jazz: tema – improvvisazione – ripresa del tema. Quello che avviene con Ornette é a mio parere un passaggio epocale ed i dischi del periodo “armolodico” sono dei veri classici.
Dopo aver partecipato ad alcune bellissime sessions con musicisti molto diversi tra i quali l’organista John Patton (“Accent On The Blues” Blue Note 1969) e Don Cherry, incontra Ornette e decide di approfondire i suoi studi; successivamente Blood forma una band in grado di poter eseguire la musica per chitarra che ha in testa, prova con vari musicisti nel circuito dei clubs, suonando anche con l’ultimo batterista di Coltrane, il vulcanico Rashied Ali incidendo infine nel 1977 una sua prima prova come solista: “REVEALING” una prova promettente anche se ancora acerba che vedrà la luce molti anni dopo grazie all’etichetta europea In & Out Records. Il quartetto comprendente George Adams (sax), Cecil McBee (contrabbasso) e Doug Hammond (batteria) sviluppa una musica ancora formalmente legata al jazz ma qualcosa di nuovo si comincia già a delineare: quattro soli brani in cui si esplorano vari temi e soluzioni che portano alla conclusione bellissima di “Love Nest”, un brano dalle aperture inaspettate e dalle tessiture delicate dove l’interplay tra chitarra e sax fa intuire gli sviluppi del disco successivo, il primo vero album del nostro: l’incandescente “TALES OF CAPTAIN BLACK” (Artists House 1978). Prodotto da Ornette in persona con un line-up d’eccezione: Coleman al sax alto, il figlio Denardo alla batteria, Jamaladeen Tacuma al basso Steinberger e il nostro James Blood, con il nome per la prima volta abbreviato. Completo di una vistosa copertina “gatefold” in tipico stile pop-rock, viene registrato in un’unica session il 5 dicembre 1978.
Dopo Hendrix e la musica totale del Miles Davis elettrico, il lavoro di Blood porta a compimento una strada tutta “black”, assolutamente incomparabile anche se possiamo ritrovare in questo album analogie con il John McLaughlin psichedelico di “Devotion” (peraltro registrato non a caso con altri due personaggi dell’orbita di Hendrix e Davis come Buddy Miles e Larry Young). L’iniziale “Theme From Captain Black” annuncia il nuovo percorso con un wah wah hendrixiano e il sax di Ornette in sottofondo quasi a voler urgentemente colmare il divario ancora esistente tra rock e jazz: il brano sembra davvero una continuazione futuribile di Voodoo Chile! Segue il contrastante tema melodico di “Moons Shines” dove sax e chitarra si fondono in un unico canto su un tappeto ritmico in continua mobilità, a tratti può ricordare lo struggente lirismo di “Lonely Woman” dello stesso Ornette o dei temi di Albert Ayler, ma la chitarra parla uno “street language” molto moderno. Negli altri brani ascoltiamo marcette poliritmiche (“Morning Bride”) o costruzioni ad incastro come “Revelation March”. Lo stile di Blood é subito originale basato su un’interazione continua di solismi nervosi e accordi veloci che si susseguono nel corso del brano. Il secondo lato di questo grande disco si apre con il riff sbilenco “Woman Coming” molto influenzato dalla presenza di Ornette e decisamente vicino allo stile elettrico dei suoi Prime Time: qui va in onda un’esposizione esemplare della teoria armolodica con il suono in continua espansione che va verso mille direzioni in pochi minuti. Intricati poliritmi riempiono anche il resto del disco culminando nel funk ostinato di “Arena” e nella conclusiva “Revealing”, un tema recuperato dalla sua prima seduta d’incisione, qui in una versione aggiornata e definiva. Ad elevare questo album sopra la media é anche una limpidezza non comune dell’incisione (almeno nella mia copia in vinile!).
Nel 1978/79 il fermento del post-punk porta molti gruppi ad interessarsi al jazz e funk più radicali, facendo nascere strane anomalie musicali come il Pop Group (che pubblicherà con la propria etichetta un disco di Sun Ra), i redivivi Red Crayola con dischi sempre più affini a certo free jazz; o si pensi alla scelta di un batterista/cantante jazz-rock come Robert Wyatt di pubblicare una serie di singoli per Rough Trade, unica label a lasciargli la più assoluta libertà d’azione per relizzare il suo sogno di dare egual dignità al pop e alla canzone politica, formando un unico grande linguaggio. Molti giovani si rivolgono al jazz come ispirazione dagli Scritti Politti ai Weekend, così Rough Trade propone a Blood di pubblicare il nuovo album appena registrato negli RCA studios di NYC in un’altra grande session del 17/01/1980 . Il disco viene in parte rimixato a Londra ed esce con il titolo: “ARE YOU GLAD TO BE IN AMERICA?” é un disco fondamentale di quegli anni, in grado non solo di influenzare una generazione di giovani appassionati di musica indie ma anche di esporre un linguaggio nuovo. Rough Trade diventa in breve sinonimo di apertura musicale ed inizia ad allargare le proprie uscite a vari stili, ne é la prova la cassetta “NME/Rough Trade” (Copy 001) che conteneva anche il più celebre pezzo di Blood “Jazz Is The Teacher, Funk Is The Preacher”.
La sua idea sperimentale e provocatoria di No Wave e il successo “indie” frutta a Blood un contratto con la Columbia (CBS in Europa) che distribuirà i suoi dischi successivi in modo capillare rendendoli disponibili anche al grande pubblico. Il nuovo contratto é subito onorato con un altro grande album “FREE LANCING” (Columbia 1981) un titolo perfetto per una musica sempre in bilico tra free e intricate sezioni armolodiche. Registrato prevalentemente in trio con l’innesto di Calvin Weston alla batteria, Free Lancing é un disco senza compromessi ancor più straordinario perchè inciso per una Major. La fisicità della musica si fa sentire anche nelle parti più complicate e l’album contiene alcune innovazioni come l’uso di coriste soul-funk in alcuni brani e un secondo chitarrista aggiunto (Ronnie Drayton) in altri. Blood e il suo gruppo suonano in “Pleasure Control” e “Hijack” un funk estremo davvero irresistibile con una ritmica poderosa, mentre “High Time” ha un incedere lento dalle atmosfere new wave, (o no wave?) perfettamente contemporanee. Gli “scatti” solisti di Blood e i flashes di accordi improvvisi sono sorretti dalla sezione di fiati già sperimentata nel disco precedente come nella frenesia zappiana di “Rush Hour”. La chitarra usata é quasi sempre una Gibson semiacustica dalla cassa spessa e dal tono caratteristico, molto versatile sia per le ritmiche che i solos; Blood predilige un suono sporco che talvolta colora con un uso sapiente del pedale wah wah, sicuramente il migliore dai tempi di Hendrix, ma la cosa più curiosa é un’accordatura aperta in cui tutte le corde sono intonate ad una sola nota!
“BLACK ROCK” l’anno successivo (1982) cementa le credenziali di Blood e riporta il rock a casa, in quella black music da cui era originariamente partito con un disco che sembra inglobare tutte le esperienze progressive degli ultimi anni. L’inizio con “Open House” é folgorante, puro Blood al meglio che sprizza funk da tutti i pori/solchi mentre la band é compatta più che mai con l’aggiunta in molti brani di un secondo batterista per creare una ritmica senza paragoni; “Black Rock” che dà il titolo all’album é un altro funk stellare, mentre in “Moon Beam” un elegante arrangiamento di sax si snoda su un irresistibile basso slap di Amin Ali, un pezzo davvero molto originale; un altro stupendo esempio di musica free strutturata é “More Blood” ma ci sono anche un paio di episodi a parte che calmano per un attimo quella musica in continua ebollizione: “Family Affair” e “Love Have Two Faces” fanno affiorare infatti delle piacevoli influenze soul/gospel grazie all’uso della voce femminile, completando così il quadro della migliore black music, insomma un altro album strepitoso che assieme al precedente conclude la fase dei gruppi “ampliati”.
I dischi seguenti, registrati nel 1983 “ODYSSEY” (Columbia-studio) e il relativo concerto al festival di Montreux documentato su “PART TIME“ (Rough Trade-live), vanno in un’altra direzione esplorando la forma del trio in modo originale ma anche spostando il linguaggio musicale verso una forma più accessibile e vicina al rock-blues. La notevole espressività ottenuta da chitarra, violino e batteria unita ad una grande creatività stanno alla base del nuovo corso. Il violino amplificato di Charles Burham é un incrocio tra il tono jazz di Sugar Cane Harris e quello blues di Papa John Creach, mentre nei momenti acustici può ricordare lo stile lirico di Leroy Jenkins, indiscusso re della musica creativa di Chicago. Insomma l’effetto all’ascolto é di sicuro impatto e quel violino aggiunge una magia insolita al tessuto musicale sia in studio che live. Odyssey é da molti ritenuto il capolavoro e la sintesi più riuscita dello stile di Blood, un album in cui il free si interseca al gospel e al country blues con un canto sempre più convincente. Ad eccezione dei brani “Odyssey” e “Swing & Things”, brillanti improvvisazioni ariose, il nuovo album in studio comprende brani cantati più tradizionali ma non meno affascinanti, con le tonalità basse della chitarra semiacustica a duettare con il bellissimo violino. “Little Red House” e il nuovo arrangiamento di “Are You Glad To Be In America?” sono brani piacevolissimi che si fanno ascoltare e riascoltare più volte. C’é un’atmosfera quasi liturgica nel disco che riporta alle funzioni di New Orleans (“Church”) o ai momenti più ispirati del catalogo hendrixiano.
Felice dell’esperimento in trio Blood continua con una nuova combinazione e incide un album assieme a Bill Laswell e il vecchio amico Ronald Shannon Jackson “AMERICA – DO YOU REMEMBER THE LOVE?” (Blue Note 1987). Bill Laswell, a suo agio sia come produttore pop che come guru sperimentale, incoraggia però Blood a cantare di più producendo un album che alla fine sembra il più gradevole e commerciale (in senso positivo) della sua produzione continuando la nuova fase di “blues preacher”, per citare il titolo di un suo disco seguente. Di rilievo nella sua produzione successiva un disco con archi “HARMOLODIC GUITAR WITH STRINGS” (DIW 1993) che sembra chiudere il cerchio della sua musica almeno in termini di esplorazioni e possibilità… ma la personale esigenza espressiva verrà comunque continuata parallelamente collaborando con i Music Revelation Ensemble e soprattutto con i Third Rail (da segnalare di questi ultimi il bellissimo “SOUTH DELTA SPAGE AGE” del 1995, sempre in compagnia di Bill Laswell, dell’organista Bernie Worrell e del batterista dei Meters Joseph “Zigaboo” Modeliste).
James Blood Ulmer é stato il primo chitarrista a sperimentare il nuovo linguaggio “armolodico” di Ornette con risultati davvero straordinari. Nella produzione attuale, di cui esistono numerosi documenti filmati, il blues diventerà il materiale preferito su cui lavorare come nelle recenti uscite discografiche con Vernon Reid, che anche se più fruibili, restano piene di grande energia e feeling. Non ci resta che concludere questa retrospettiva con alcune parole circa la sua speciale accordatura ad unisono in LA (A): “The guitar I have tuned to a unison tuning, away from the regular tuning of the guitar. No one plays the guitar tuned with all strings tuned to one note!”
(pubblicato sul blog “http://chitarraedintorni.blogspot.it novembre 2010)

Un ringraziamento speciale ad Andrea Aguzzi per aver incoraggiato questi scritti.

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