FILE UNDER OBLIVION – press kit

UNFOLK :: FILE UNDER OBLIVION
available on DOUBLE COMPACT DISC & DIGITAL DOWNLOAD

English description:

“File Under Oblivion” is the final Unfolk album: from positive artistic oblivion (CD1) to negative Internet oblivion (CD2), the topic changes and so does the music; a PROGression through different genres, decontextualized and even merging into each other. Not exactly a “concept album”, but all tracks are thematically linked. Featuring the Unfolk Collective plus Tim Bowness as a special guest on one track, Mauro Martello (OpusAvantra) and a rare remix by house music legend Visnadi (who scored huge hits as Alex Party & Livin’ Joy in the 90’s). Exclusive artwork by Jarrod Gosling, Mastered by Jon Astley at Close To The Edge, London”.

THE UNFOLK COLLECTIVE IS:
Roberto Noè, Claudio Valente, Daniele Principato, Alex Masi, Elisabetta Montino, Riccardo De Zorzi, Franco Moruzzi, David Mora, Matteo Lucchesi, Tullio Tombolani, Bebo Baldan, Andrea Marutti, Alessandro Monti.

 

BREVI NOTE IN ITALIANO (per comunicati stampa/radio)

“File Under Oblivion” é il capitolo finale Unfolk: una PROGressione tra i vari generi musicali, decontestualizzati e talvolta uniti tra loro. Non é esattamente un “concept album” ma tutti i brani sono legati da uno stesso tema: l’Oblìo. Nel primo disco é di tipo esistenziale e artistico (con una valenza positiva), mentre nel secondo attraverso una critica ad Internet, diventa negativo facendo lentamente sprofondare il suono in un buco nero; riusciremo ad uscirne?
Durante la lunga lavorazione la musica ed i testi hanno subito mutazioni genetiche che hanno superato la barriera dei generi per approdare al disco definitivo del progetto Unfolk. Canzoni si alternano a brani strumentali, ma le voci da umane si trasformano talvolta in robot ponendo seri interrogativi.

Il Collettivo Unfolk ospita Tim Bowness (No-Man, Henry Fool ecc.) in un brano, Mauro Martello (OpusAvantra) e Visnadi (Livin’ Joy, Alex Party), maestro della house music negli anni 90. La grafica é stata creata dal grafico e musicista inglese Jarrod Gosling.

Sin dalla copertina si evince non solo che é un lavoro di un gruppo, ma che nel corso della produzione ho voluto che il disco mantenesse una sua ambiguità estetica e musicale: si potrebbe pensare ad un disco Prog quando invece gli stili sono i più diversi, o che ascoltandolo si possa pensare ad un disco Pop quando in effetti lo sviluppo musicale é puramente artistico; tutto nel lavoro appare fuorviante e si presta ad esser visto da differenti angolazioni. Ho scritto una lunga nota sulle motivazioni che mi hanno spinto a dare un certo taglio al lavoro e come il contenuto si sia trasformato nell’arco dei 2 anni impiegati a realizzarlo; credo però non servano tante parole per descriverne il contenuto: i dischi a mio parere vanno ascoltati più volte e metabolizzati più che teorizzati o descritti. I testi sono sintetici, immediati ma anche profondi e stimolanti per un dibattito sul mondo artistico attuale. Mi piace pensare che, riguardo alla conclusione del progetto Unfolk, tutti possano dare una loro interpretazione… amarne il contenuto o detestarlo. Una cosa é certa: questa musica non dà sicurezza o semplice intrattenimento; la vera identità della musica sta altrove o forse in nessun posto.

ITALIAN RELEASE DATE: 29/05/2019
PRE-ORDERS & DISTRIBUTION:
https://www.gtmusic.it/it/compact-disc/3883-unfolk-file-under-oblivion-2-cd-8001902100876.html?search_query=unfolk&results=6

https://burningshed.com/unfolk_file-under-oblivion_cd?filter_tag=unfolk

also available on digital download.

Album Teasers:
CD1: https://www.youtube.com/watch?v=5bmu_vWvBUY
CD2: https://www.youtube.com/watch?v=XP9YEcW6gcQ

Approfondimenti.

Iniziato nel segno del folk progressivo e della world music più varia, il progetto Unfolk é approdato ad una sorta di fusione di tutti i possibili stili: prima attraverso l’improvvisazione ed ora con la canzone trattata nelle varie sfumature, dal Prog alla Techno: per me la musica é UNA e non dovrebbe esistere una distinzione troppo netta tra i generi; non solo questo é salutare da un punto di vista culturale e filosofico, ma anche dal punto di vista creativo perchè non ammette restrizioni o barriere e incoraggia quindi la totale libertà espressiva. Da entusiasta quale sono di tutti i possibili linguaggi, da quello di ricerca al pop, ho trovato naturale costruire grazie al prezioso contributo dell’intero Collettivo, un lavoro conclusivo che potesse creare un ponte sonoro tra le epoche, impresa non facile. Sentivo la mancanza del “pop” di qualità e nel disco, la cui lavorazione è durata vari anni, non solo sono presenti canzoni ma anche generi in apparenza antitetici, che riescono a convivere nell’arco di uno stesso brano.

Dal punto di vista musicale “File Under Oblivion” sbriciola la nostalgia e guarda al futuro; l’ho definito una PROGressione di stili musicali che convivono come fossero parte di un enorme calderone, simile a quello che troviamo nel web: in effetti, nonostante il progetto Unfolk sia stato spesso inserito nel Prog, credo che quel termine non descriva esattamente il sound, ma sia solo uno dei tanti stilemi che appaiono nei dischi, interpretati (spero) con originalità. A mio parere l’attuale musica Prog é un’operazione puramente nostalgica per tornare al mondo della nostra adolescenza, qualcosa che ci dia sicurezza… ma quell’era é finita da tempo e questi sono tempi bui, occorre guardare avanti. Ho voluto porre interrogativi per una presa di coscienza nei confronti della realtà e della società, soprattutto per un’esigenza drammatica di cultura; il messaggio nei testi e nelle musiche (a tratti volutamente accessibili e provocatorie) é “senza rete”, in caduta libera… un volo che potrebbe essere accompagnato dall’ultimo urlo nei confronti di una realtà troppo oscura per essere vera. Ma “File Under Oblivion” é soprattutto un intrattenimento serio: la musica é un percorso musicale durato una vita e i testi possono essere anche letti separatamente. Nel primo disco si parla di un Oblìo esistenziale ed artistico, una conclusione di un discorso ma anche l’inizio di qualcosa di nuovo: si intravvede una possibilità positiva per il futuro. Nel secondo disco, dopo un brano introduttivo (ispirato dalla grafica di copertina), si entra in un mondo oscuro e sinistro: quello di Internet. Attraverso una critica del free download e una breve digressione sull’uso della rete, si approda al buco nero finale. Nel primo cd ai brani recenti composti negli ultimi 2 anni, si affiancano episodi strumentali (“Time Capsules”) provenienti da varie stagioni passate, pezzi rimasti inediti che risplendono di una luce nuova essendo stati risuonati, completati o remixati appositamente per l’album; anche se attraversano tutti i periodi della storia Unfolk, stranamente sono uniti da una loro coerenza ed erano perfetti per consegnare il progetto all’oblìo! Ho lavorato alla produzione con la consapevolezza che era davvero l’ultima uscita: intorno a me il mondo è decisamente cambiato da quando ho iniziato a lavorare seriamente nella musica e l’ultimo brano “Alpha/black hole/omega”, lascia in sospeso il discorso in modo inquietante.

Se la cultura passa ormai attraverso internet, e sono sempre meno le librerie e i negozi di dischi, abbiamo bisogno di “controcultura” oggi più che mai, più degli anni 60, 70 e 80… questo é davvero un momento storico cruciale. E allora perchè non iniziare dal problema musicale: specchio chiarissimo della situazione sottoculturale in cui siamo caduti. L’aver accettato passivamente gli interessi imposti dalle multinazionali e dalle compagnie telefoniche non é stata solo un’evoluzione tecnologica inevitable, ma un’involuzione umana, sociale ed artistica. Creazioni come i “file sharing” che regalano la musica in free download, o tutti quei siti con parvenza legale che rendono ridicolo il lavoro dei musicisti svalutando la musica, vanno cambiate dall’interno. Il fatto che un musicista guadagni 1 centesimo ad ascolto su Spotify, e nulla su YouTube é una grande mancanza di rispetto nei confronti del lavoro. Perchè ad esempio i siti che dovrebbero procurare il download “legale” distribuiscono interi albums su You Tube facilmente scaricabili con programmi disponibili su google? Quante volte abbiamo letto “Auto-generated by YouTube”… non è stata certamente una scelta degli artisti! E così le musiche appaiono immediatamente su altri siti gratuitamente. Tutto ciò che senso ha? Questa non é promozione (che sarebbe tale se apparissero solo estratti e non interi dischi), questo significa regalare la musica a gente che non ha più il senso del lavoro e che dà ormai tutto per scontato; ciò ha portato in breve al disinteresse per i compact disc (tuttora a mio parere il mezzo migliore per riprodurre la musica) e ad una strana rinascita del vinile, visto più come oggetto da collezione che supporto di qualità, un prodotto ibrido in cui il digitale riprocessa l’analogico e soprattutto un fenomeno di nicchia (vedi Record Store Day) che non ha NULLA a che vedere con quello che succedeva in passato! Tutto ormai é disponibile con un click e gli artisti si domandano quanti sono gli ascoltatori che oggi apprezzano veramente il supporto fisico; l’unica possibiltà per vendere i propri prodotti sembra rimasto il “live”, ma che fare quando i concerti sono difficili da ottenere, le occasioni rarissime ed i locali solo interessati all’ennesimo tributo?

Periodicamente sembra sempre ci siano venti di cambiamento in materia di copyright ma il digitale é, per sua stessa natura, impossibile da controllare e gli interessi dietro di esso sono immensi, sembra una partita persa in partenza: le stesse majors che dovrebbero promuovere la musica preferiscono investire sulla tecnologia informatica o avallare la politica delle compagnie telefoniche e non hanno tempo per questi problemi. Dopo aver decretato la fine della grandi case discografiche, tutto ciò si sta riversando di conseguenza anche sulle piccole etichette indipendenti. Vediamo inoltre Società di copyright che dovrebbero tutelare gli artisti ma che pensano solo a succhiare loro i pochi guadagni, veri e propri Robin Hood al contrario che non risolvono in profondità i problemi ma che lo fanno solo in apparenza.
Insomma la situazione attuale è un vero disastro: è probabile che se la vediamo come una transizione culturale, ci porterà senz’altro ad un nuovo cambiamento epocale; ma come per il ben più grave problema ambientale il momento di agire è ORA per evidenziarne gli aspetti negativi: siamo ancora in tempo per farlo.

So benissimo quanto radicale e impopolare possa sembrare questa mia presa di posizione: per la massa le scelte comode sono sempre le più facili da abbracciare e le più difficili da lasciare, ma non portano assolutamente a nulla. Il coraggio di abbandonare la strada facile per quella difficile ci porterà a riappropriarci della vera cultura, del linguaggio e della comunicazione, tutti aspetti in totale decadenza. Sta a tutti noi decidere se è un’utopia o se continuare a combattere questa battaglia. A proposito di questo discorso mi è stato chiesto: “…ma ti conviene?” La mia risposta è stata: SI perchè come artisti non abbiamo nulla da perdere… ormai abbiamo già perso tutto o quasi; il nostro dovere è porre in evidenza i problemi e non accettare passivamente ciò che viene imposto dall’alto. Stiamo diventando vecchi? A giudicare dalla voglia di reagire e protestare direi propro di no. E allora a chi si rivolge questa musica? I ragazzi oggi sono altrove sia come interessi che come mentalità, intossicati dallo smartphone sembrano non porsi alcun quesito… forse si rivolge proprio alla mia pigra generazione, colpevole di aver permesso il dilagare di una tale sottocultura senza porsi alcun problema, attraverso l’accettazione incondizionata di una tecnologia apparentemente utile e comoda ma anche ricca di insidie; avevamo oro nelle mani ma molti di noi lo hanno ridotto in polvere.
blah… blah…. blah…

E così arriva un momento nella vita dove le cose finiscono: può trattarsi di una storia d’amore, di un’amicizia, di una musica, di un disco, o della nostra esistenza terrena… ma tutte queste cose potrebbero verificarsi quasi contemporaneamente. L’ideale sarebbe che ci fosse comunque un “lieto fine”, ma sappiamo che non é sempre possibile. Ecco: ho voluto che almeno l’avventura musicale Unfolk finisse nel migliore dei modi, con un album di canzoni e tanti pezzi strumentali provenienti da epoche diverse ma riveduti, corretti ed aggiornati ai tempi. In futuro mi dedicherò ad un’altra area di produzione e desideravo chiudere il capitolo in modo coerente. L’importante é che il messaggio, seppur nascosto da una trama misteriosa (l’oblìo), possa arrivare a destinazione e apra nuove future possibilità di discussione. Non é un vero “concept album” ma il tema comune lega i brani fino alla conclusione, provocatoria e spiazzante di una protesta elettronica.
Con le musiche ho voluto costruire una sorta di ponte tra stili musicali diversi apparentemente inconciliabli, ma che ho sempre trovato l’uno la conseguenza dell’altro. Dal folk alla canzone prog/ambient al synth pop alla house/techno non passa molta differenza (eresia!): già perchè la musica é UNA, l’importante é il contesto in cui tutto si sviluppa. Ascoltare questo disco con una mente aperta é ciò che occorre: non si tratta di musica commerciale o no (sono finiti quei tempi), si tratta solo di medium espressivi, tutti con egual diritto di esistere.
Molto il materiale trattato nella seconda parte del disco: “Dance in Opposition” parla del rispetto verso chi lavora (gli artisti in questo caso), delle impossibili classificazioni del web, nonchè di quell’area ambigua di marketing in cui l’industria musicale (o quello che resta di essa) lancia un nuovo prodotto. “Modern Art Blues” parla del nuovo capitalismo di Internet, qualcosa che di nascosto ha agito contro di noi, senza che ce ne accorgessimo. Qui non c’é posto per i frammenti, gli estratti o le playlists… é necessario ascoltare l’intero disco, come si dovrebbe fare. Tutto ciò può sembrare anacronistico in un’era di disimpegno, banalità e perdita della memoria, ma é ciò di cui abbiamo realmente bisogno oggi, culturalmente e umanamente; immergersi in un’opera e viverla: questo potrebbe costituire una vera novità!

Questa mia digressione era necessaria per spiegare alcuni aspetti nascosti del nuovo disco, una sorta di manifesto definitivo del progetto unfolk: è bene sottolineare che questo non è un lavoro CONTRO Internet, ma costituisce una critica dall’interno per un uso intelligente del nuovo mezzo.

Un ringraziamento speciale a tutto il Collettivo e alla Label MP& Records per il prezioso contributo.

 
 

APPENDICE: SUI GENERI MUSICALI

Nel mare dispersivo della rete e nella sottocultura che ci circonda, sorge spontanea una domanda: cos’é rimasto oggi della musica che abbiamo ascoltato nel corso degli ultimi 40 anni? Ben poco si direbbe, soprattutto se guardiamo alle poche novità in giro… ma ho analizzato alcuni degli stili più popolari tra gli ascoltatori della mia generazione cercando di essere sincero. Eccone una sintesi:

ROCK: dopo una lenta ma inarrestabile agonia é divenuto una parodia di sè stesso. Senza più il contesto culturale che lo spingeva a creare nuove sfumature e nuove motivazioni, é divenuto una sorta di museo della banalità in cui l’immancabile look (un tempo simbolo alternativo e di ribellione) offre oggi un’immagine forzata di quello che era uno stile vitale e creativo, riducendolo a semplice cliché. Prog rock? Pura nostalgia antiprogressiva. L’unica forma viva recente sembra esser stata il metal estremo, urlo che esorcizza ogni forma di ingiustizia e atrocità, in una sorta di ciclone sonoro dove le voci sono ormai ridotte a rantolo, a puro rumore di fondo: un’idea sinistra ma anche la perfetta colonna sonora del caos che ci circonda. Purtroppo a parte qualche caso illuminato, anche questa tendenza sembra essere in agonia.

JAZZ: finito da decenni, vive nel ricordo dei grandi autori con innumerevoli tributi e ripetizioni stanche e inconcludenti. Assistiamo ad estetismi tecnici e inutili esibizioni che sembrano decretare la morte di questo stile in modo ancor più doloroso. Per noi che siamo cresciuti con Miles Davis elettrico, Sun Ra, Art Ensemble Of Chicago, AACM, Jazz Composers Orchestra, M-Base ecc. quello di oggi é un manierismo insopportabile e fine a sè stesso.

ELETTRONICA: dopo l’incredibile periodo storico colto degli inizi (anni 50-60) e il pop (anni 70-80), ha avuto numerose occasioni di espandersi nei vari stili, tornado ad essere protagonista negli anni 90 ma riducendosi in breve ad una serie di scontati programmini digitali che hanno imprigionato la creatività del singolo e, fatte rare eccezioni, é oggi piuttosto noiosa. Personalmente credo che, dopo l’entusiasmo nell’innovazione dei vari strumenti, si sia arenata in un’involuzione che fa rimpiangere l’epoca analogica, quando erano i musicisti-artigiani a creare nuovi spunti e idee.

FOLK: nata come etichetta per descrivere una musica tramandata oralmente ed eseguita in modo non convenzionale, ha avuto numerose applicazioni nei diversi stili fino a rappresentare probabilmente la forma più duttile e comunicativa di sempre. Attraverso la “world music”, etichetta creata per descrivere le varie forme nel mondo, ha cementato la sua forza umana e culturale influenzando il meglio della musica contemporanea con la sua spontaneità e senza alcuna zavorra intellettuale. Personalmente ritengo il folk, l’etnica e la moderna “musica del mondo” le più vive ed illuminanti per la presuntuosa idea occidentale: non si finisce mai di imparare.

POP: la “forma canzone” da 2-3 minuti é a mio parere la più bella invenzone musicale, ma nessuno stile é in crisi come questo. L’assenza di autori di rilievo e la semplificazione armonica degli ultimi anni ha portato ad una crisi allarmante. Nuovi autori creativi cercasi.

DANCE/HOUSE/TECHNO: forse l’unica forma in grado di resistere alle mode e alle epoche, non ha mai perso la sua forza d’intrattenimento adattandosi agli stili, alle tecnologie e ai tempi. Nei casi più interessanti é un buon modo per comunicare qualcosa rendendo il tutto accessibile e divertente.

HIP HOP/ELECTRO/RAP: genere nato in economia dalla strada per esigenze espressive e pratiche, é stato originariamente inventato da DJs non-musicisti ed ha costituito qualcosa di veramente straordinario, riportando influenze di musique concrete e sound-collage influenzando addirittura musicisti di altri pianeti come Miles Davis. Dopo un primo periodo a sfondo sociale, politico e razziale dove i riferimenti erano l’arte afroamericana dei Last Poets o Gil Scott-Heron, tutto si é incanalato in una ricerca di successo che lo ha svuotato dai significati originari per abbassarlo al ruolo di trend puramente consumistico, cioè l’antitesi di quello che doveva essere. Personalmente credo possa essere ancora interpretato e sfruttato in tanti modi diversi attraverso la convivenza con altre forme musicali, del resto nei “samplings” dei vari dischi hip hop trovano spazio citazioni da ogni possibile fonte! Ecco un caso esemplare di decontestualizzazione della musica: nulla è sacro. Purtroppo il recente fenomeno italiano é penoso: non solo la lingua non si adatta minimamente alla metrica, ma i messaggi sono pressochè inesistenti e rappresentano perfettamente il vuoto culturale e il qualunquismo in cui sono nati: parole, parole e parole senza senso…

SPERIMENTALE: stile per sua stessa natura indescrivibile e libero ha attraversato numerosi periodi di gloria, ma é oggi schiavo di una tecnologia rumoristica che sembra ripetere schemi già collaudati nelle epoche precedenti, ben più innovative di quella attuale. A mio parere cercando nel sottobosco si riescono ancora a trovare cose interessanti, soprattutto nell’Europa dell’Est dove l’esigenza espressiva é molto motivata e la cultura fiorente.

CLASSICA: per il momento non pervenuta. Questo genere d’élite resta in mano ai conservatori e ai grandi teatri con programmi raramente innovativi, ma le iniziative coraggiose dei singoli insegnanti, educatori o esecutori danno ancora speranza a chi vuole avvicinarsi a questo genere sconfinato tutto da scoprire (soprattutto a ritroso).

Come dimostrato da vari progetti (vedi la scena nordica o l’approccio multietnico) esiste oggi solo una possibolità di rinascita per la musica: il crossover più totale, unito però ad un rinnovato fermento artistico e culturale, senza il quale vedremo affondare anche le ultime possibilità residue. Per il resto abbiamo i dischi cui possiamo tornare sempre come fonte di ispirazione… ma basteranno? Forse non dovremmo più agire “in rete” ma “senza rete” fuggendo dall’apparente sicurezza e accettando ogni rischio.

A.M.

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